Noviembre 02, 2026

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È la storia di uno strappo, di una separazione sugellata due secoli fa da un regolare accordo economico, secondo le norme dell’epoca. Una storia che oggi rammenta – non senza rammarico – la quantità e la qualità di tesori sommersi che la Sicilia ha perduto nel tempo e che impreziosiscono le sale di prestigiosi musei internazionali. La mostra Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, inaugurata a dicembre 2024 al Museo archeologico Griffo di Agrigento e curata da Maria Concetta Parello, riporta nei luoghi d’origine un segmento di una tra le più straordinarie collezioni di vasi attici esistenti al mondo, tesoro dello Staatliche Antikensammlungen di Monaco. Un esempio dell’eccellenza raggiunta dai maestri della pittura vascolare ellenica, tra il VI e V secolo a.C.
L’esposizione è realizzata dal Parco archeologico della Valle dei Templi ed è una delle proposte formulate dall’Assessorato regionale dei beni culturali in occasione dell’anno di Agrigento Capitale della Cultura. L’unico grande evento del palinsesto generale e del progetto vincitore che abbia una natura strettamente archeologica.

Tempio di Hera, Valle dei Templi, Agrigento. Photo Edwin Poon
Tempio di Hera, Valle dei Templi, Agrigento. Photo Edwin Poon

Scavi e fughe di reperti in Sicilia e ad Agrigento

Territorio dalle complesse e profonde stratificazioni storiche, artistiche, mitologiche, Agrigento nel corso dell”800 fu teatro di continue e frenetiche operazioni di scavo e di saccheggio: un’enorme quantità di reperti finì, per vie diverse, in raccolte di ecclesiastici, reali, aristocratici, ma anche di artisti, antiquari, studiosi, appassionati, divenendo nel tempo patrimonio delle moderne collezioni museali, in Europa e oltreoceano.
Grande fu, da un certo punto in poi, l’attenzione riservata ai segreti delle necropoli e ai sempre più ambiti vasi in ceramica finemente dipinti, utilizzati per riti funerari o inseriti nei corredi dei defunti: attività che assunse i contorni di una vera e propria moda. Girgenti, l’antica colonia Akragas, tra i più fiorenti centri culturali della Magna Grecia, fu un autentico pozzo delle meraviglie: non si contano i reperti che lasciarono l’isola nel pieno di questo fermento, tra studi, esplorazioni, grand tour, disseppellimenti, razzie e audaci trasferimenti via terra e via mare.

Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone1 / 6
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone2 / 6
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone3 / 6
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone4 / 6
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Il vaso con i poeti Alceo e Saffo della Collezione Panitteri, Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone5 / 6
Il vaso con i poeti Alceo e Saffo della Collezione Panitteri, Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Il vaso con Odisseo e il caprone di Polifemo, Collezione Panitteri, Museo Griffo. Ph. Angelo Pitrone6 / 6
Il vaso con Odisseo e il caprone di Polifemo, Collezione Panitteri, Museo Griffo. Ph. Angelo Pitrone
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Da Girgenti a Monaco. Da Monaco ad Agrigento. Il ritorno dei vasi del ciantro Panitteri, exhibition view. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Il vaso con i poeti Alceo e Saffo della Collezione Panitteri, Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone
Il vaso con Odisseo e il caprone di Polifemo, Collezione Panitteri, Museo Griffo. Ph. Angelo Pitrone

La collezione Panitteri, tra Agrigento e Monaco

Nel 1988 Agrigento ospitò un’indimenticabile esposizione, organizzata dalla locale Soprintendenza regionale presso la sua sede storica, Villa Genuardi, e curata dal grande archeologo e allora Soprintendente Ernesto De Miro. Con un allestimento progettato da Franco Minissi, Veder greco. Le necropoli di Agrigento organizzava tra due sale un ampissimo corpus di vasi greci provenienti dalle necropoli agrigentine e dispersi tra le collezioni di istituzioni internazionali: dal Louvre di Parigi al Metropolitan di New York, dal British di Londra alla Harvard University di Cambridge, e ancora Lisbona, Berlino, Karlsruhe, senza dimenticare la splendida raccolta del Salinas di Palermo. Insieme a un seminario e alla pubblicazione di un corposo catalogo, fondamentale riferimento bibliografico per la comunità scientifica, l’evento brillò per l’eccezionalità dei prestiti e per l’idea di raccontare, parallelamente, gli scavi più recenti delle necropoli di Agrigento.
Se in quel frangente poterono tornare in Sicilia tre dei vasi di Monaco – unica collezione straniera a cui il catalogo di Veder greco dedicò un intero saggio – oggi, quasi 40 anni dopo e a due secoli esatti dalla vendita dell’intero corpus, 10 dei più importanti esemplari rivedono il suolo agrigentino: questo focus espositivo ricuce così memorie millenarie, il lavoro di generazioni di storici e archeologi, e ancora luoghi e vicende del passato trasformati in nuova occasione di narrazione e valorizzazione. 

La villa del ciantro Panitteri e i vasi ritrovati

Quattro i protagonisti della vicenda, che ha fascino e intrecci da romanzo: un Principe austriaco, il suo geniale architetto di corte, un potente “ciantro” della curia di Agrigento – figura sacerdotale incaricata di dirigere il canto liturgico e di curare spazi, collezioni, beni della chiesa – e infine un brillante artista e intellettuale, molto vicino al religioso.
Fu proprio Don Giuseppe Panitteri a entrare in possesso dell’inestimabile tesoro rinvenuto durante alcuni scavi condotti sui terreni della sua villa: 47 vasi, in ottimo stato di conservazione, passati alla storia con il suo nome. Nell’area in cui sorgeva la dimora del ciantro, con la Chiesa di San Nicola e i resti di un monastero cistercense, venne poi costruito il Museo Griffo, inaugurato nel 1967 su progetto di Minissi. Proprio negli ambienti corrispondenti a una porzione dell’antica abitazione è oggi allestita la mostra, capace così di solleticare la memoria e l’immaginazione: il pensiero torna a quelle stanze riccamente affrescate e arredate, dove reperti antichi di ogni sorta erano custoditi ed esposti.

Leo von Klenze fotografato da Franz Hanfstaengl nel 18561 / 4
Leo von Klenze fotografato da Franz Hanfstaengl nel 1856
La villa del ciantro Giuseppe Panitteri, a san Nicola, Agrigento, in una foto dei primi del '900. Oggi sede del museo archeologico Griffo2 / 4
La villa del ciantro Giuseppe Panitteri, a san Nicola, Agrigento, in una foto dei primi del ‘900. Oggi sede del museo archeologico Griffo
ludwig i di baviera ritratto da joseph karl stieler neue pinakothek monaco La storia dei vasi greci di Agrigento finiti a Monaco nel 1824 e tornati a casa nel 20243 / 4
Ludwig I di Baviera ritratto da Joseph Karl Stieler, Neue Pinakothek, Monaco
Raffaello Politi4 / 4
Raffaello Politi
Leo von Klenze fotografato da Franz Hanfstaengl nel 1856
La villa del ciantro Giuseppe Panitteri, a san Nicola, Agrigento, in una foto dei primi del '900. Oggi sede del museo archeologico Griffo
ludwig i di baviera ritratto da joseph karl stieler neue pinakothek monaco La storia dei vasi greci di Agrigento finiti a Monaco nel 1824 e tornati a casa nel 2024
Raffaello Politi


Se ne legge notizia, tra le varie testimonianze dell’epoca, nel diario di viaggio di Gustav Friedrich Konstantin Parthey (Viaggio in Sicilia e in Oriente, 1822), uno dei tanti ricercatori e intellettuali che, trovandosi in Sicilia, nell’immancabile passaggio ad Agrigento venivano ricevuti dall’alto prelato con generoso senso di ospitalità. Archeologo, filologo, storico dell’arte ed ellenista, Parthey scriveva di Panitteri: “Egli spende la maggior parte della sua considerevole fortuna in opere d’arte, una qualità che sta diventando sempre più rara in Sicilia. Ha effettuato scavi nei suoi campi fuori città e ha trovato diverse belle statue, che sono conservate nella sua casa di campagna; la cosa più importante, tuttavia, è un’eccellente collezione di vasi antichi, la maggior parte dei quali di eccezionale bellezza, quasi tutti decorati con raffigurazioni mitologiche e di altro tipo. Se la ricchezza dell’immaginazione e la purezza del disegno delle figure sdraiate, in piedi e fluttuanti devono suscitare ammirazione, non meno notevole mi sembra la diversità delle forme dei vasi stessi (…)”.
E ancora, sugli ambienti che accoglievano i vasi attici a figure nere e rosse: “La stanza in cui i vasi sono disposti intorno alle pareti è adeguatamente decorata con allegre pitture murali a motivi greci; è piacevole soffermarvisi; il soffitto, in particolare, è ricco di affreschi di buona fattura, tra i quali spiccano le note danzatrici pompeiane. Il pittore di questi soffitti, Politi, era peraltro grande amico del vivace Ciantro e si occupava del suo amore per l’arte; (…) anche la piacevole disposizione dei vasi è principalmente opera sua”.

La lunga trattativa per la vendita dei vasi

Figura di spicco nel milieu culturale agrigentino e uomo di fiducia del ciantro, Raffaello Politi ebbe un ruolo centrale nella trattativa che avrebbe coinvolto il Principe Ludwig I, erede al trono di Baviera, e l’illustre architetto Leo von Khlenze, suo compagno di pellegrinaggi culturali, incaricato di riprogettare la città di Monaco in stile neoclassico, ispirandosi agli antichi fasti di Atene. Giunti in Sicilia nel 1823 conobbero Panitteri, il quale colse al volo l’occasione: in loro riconobbe due potenziali acquirenti a cui proporre il pregiatissimo gruppo di vasi greci. Lungo fu l’iter che condusse alla felice conclusione dell’affare (per 1400 onze) e poi alla partenza delle casse, fra trattative, discussioni, ricerche di fondi presso il Re (che non ne volle sapere e che considerava il figlio uno “scimunito” amante di “robaccia vecchia”), e poi questioni di dogane, tasse, logistica, preparativi e ancora conti, spese, documenti, lettere e dettagliate note sull’andamento della trattativa. Tutto prezioso materiale, fortunatamente rinvenuto ed archiviato.

sala iv dellattuale alte pinakothek intorno al 1885 in primo piano a sx e stato riconosicuto uno dei vasi panitteri La storia dei vasi greci di Agrigento finiti a Monaco nel 1824 e tornati a casa nel 2024
Sala IV dell’attuale Alte Pinakothek, intorno al 1885. A sx è stato riconosciuto uno psyktèr della Collezione Panitteri


Così, nella “più bella città tra i mortali” descritta da Pindaro, con i templi che offrivano ai colti viaggiatori il brivido di un orizzonte sacro e di un panorama mitologico, von Khlenze trascorse un lungo periodo, studiando reperti e architetture antiche, scavando, spaccandosi la schiena, nutrendo lo spirito e intanto lavorando per il principe.
La sofferta missione “Panitteri” alla fine andò in porto e i vasi giunsero a destinazione all’inizio del 1825, trasferiti con un vascello da guerra austriaco. Cruciale fu l’impegno dei vari mediatori, ma soprattutto la determinazione del Principe, in virtù di una autentica folgorazione: amante del mondo greco e collezionista di sculture classiche, Ludwig fino a quel momento non si era mai interessato all’arte vascolare. I primi esemplari che egli volle a tutti i costi accaparrarsi (anfore, crateri, lekytos, psykter, etc. ) furono quelli del ciantro.
E si trattò solo di un inizio, a cui seguì un’attività ininterrotta di ricerca e acquisizione, tanto che tramite von Klenze riuscì, due anni dopo, ad acquistare 250 vasi, quasi tutti provenienti dall’Italia meridionale, appartenuti a Carolina Lipona, moglie dell’ex re d’Italia Gioacchino Murat, mentre nel 1831 entrava in possesso della celebre collezione Candelori e nel 1845 dei più bei vasi del Principe di Canino Luciano Bonaparte. Alcune immagini storiche documentano le nuove sale, allestite tra il 1840 e il 1841 al piano terra dell’attuale Alte Pinakothek di Monaco: erano dedicate all’esposizione dei vasi antichi dipinti, raccolti negli anni dal Principe Ludwig, con mosaici e frammenti di pittura murale che, su progetto di von Klenze, riproducevano pitture etrusche. Un saggio in chiave archeologica delle origini della pittura occidentale.

il vaso con i poeti alceo e saffo della collezione panitteri 2 La storia dei vasi greci di Agrigento finiti a Monaco nel 1824 e tornati a casa nel 2024
Il vaso con i poeti Alceo e Saffo della Collezione Panitteri

I dieci vasi Panitteri in mostra ad Agrigento

Nell’odierna esposizione c’è il meglio di quell’originaria raccolta, riemersa dopo duemila anni e sopravvissuta ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale: se i vasi più pregiati si salvarono, messi in sicurezza tra i conventi della Baviera, quelli rimasti nei rifugi cittadini furono colpiti. Alcuni irrimediabilmente distrutti, altri restaurati.
Toglie il fiato il gioiello forse più affascinante della collezione. Con la sua atipica forma alta e robusta, il kàlathos-psyktér dipinto con le figure di Alceo e Saffo veniva utilizzato per rinfrescare il vino. L’iconica rappresentazione dei due leggendari poeti di Lesbo, vissuti intorno al 600 a.C., ha alimentato – insieme ai pochi riferimenti testuali pervenuti – le speculazioni intorno al loro rapporto, forse d’amore, forse di stima, forse di competizione.
Nessun dubbio sulla natura dei soggetti, viste le iscrizioni “ALKAIOS – SAPHO” chiaramente leggibili sulla superficie. E mentre dalla bocca di Alceo fuoriesce una sequenza di piccole “o”, a indicare i vocalizzi di riscaldamento, Saffo, di una bellezza dolce e aggraziata, è pronta ad agganciarsi alle note di lui. Entrambi tengono fra le mani il loro “bàrbiton”, strumento a 7 o 8 corde: dopo l’arpeggio che dà il primo accordo, il canto inizia in forma di dialogo o di sfida, di ispirazione comune, forse d’improvvisazione, di duello o di duetto.
Sul retro c’è Dioniso che regge una coppa di vino, nell’atto di officiare un rito insieme a una menade. A un passo dall’estasi e dall’ebbrezza, il dio e la sua seguace incarnano l’abbandono agli impulsi profondi, all’immaginazione, al sentimento del sacro.

la lotta di idas contro apollo in uno dei avsi della collezione panitteri museo griffo agrigento 2024 25 ph angelo pitrone La storia dei vasi greci di Agrigento finiti a Monaco nel 1824 e tornati a casa nel 2024
La lotta di Idas contro Apollo in uno dei avsi della Collezione Panitteri. Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone

Altro gioiello è lo psyktér dalla forma panciuta in cui viene illustrata la contesa tra Apollo e Idas per conquistare la bella Marpessa. Le scene si susseguono secondo una linea cronologica, come su una pellicola, mentre la fine mano del “Pittore di Pan”, a cui il manufatto è attribuito, tra corpi armoniosi e slanciati, svolazzi di vesti, archi e intrecci di chiome, restituisce tutta la tensione della contesa tra il mortale e il dio. Sarà Zeus a sciogliere il nodo, ordinando a Marpessa di scegliere. E lei, scaltra quanto timorosa delle crudeli logiche terrene, andrà con Idas, temendo che Apollo, per sempre giovane, l’avrebbe un giorno abbandonata vedendola sfiorire.
E ancora, vaso dopo vaso, si dischiudono pagine di miti millenari, rappresentati con eleganza del segno e cura del dettaglio: l’immagine di un’amazzone, vestita con il costume dalla forgia orientale attribuito alle mitiche guerriere; un tenero momento di gioco tra un atleta, colto nella perfezione della sua nudità, un giovane vestito con una lunga tunica e un piccolo cane maltese che saltella festoso; oppure l’intreccio di leggeri panneggi e di piume nella scena concitata del ratto di Orizia, figlia del re Eretteo, portata via dal barbuto e alato Borea, mentre danzava lungo la riva del fiume Ilisso.

il vaso con il ratto di orizia da parte di borea collezione panitteri museo griffo agrigento 2024 25 2 La storia dei vasi greci di Agrigento finiti a Monaco nel 1824 e tornati a casa nel 2024
Il vaso con il ratto di Orizia da parte di Borea, collezione Panitteri, Museo Griffo, Agrigento, 2024-25. Ph. Angelo Pitrone

L’importante lavoro di dialogo con l’istituzione tedesca, favorito anche dalla coincidenza tra l’anno di Agrigento Capitale e i due secoli dalla vendita della collezione al Principe Ludwig, ha così regalato al territorio questa temporanea restituzione parziale, con tutte le evocazioni e le memorie che ne scaturiscono, sommando sequenze di studi, di ritrovamenti e riscoperte, di racconti e contemplazioni. Qui la nostalgia per i tesori perduti si fa certezza del loro potere simbolico universale: testimonianze inesauribili e vive, parlano al mondo dell’antica Akragas, tra la luce alta dell’Acropoli e i notturni corridoi delle sacre sepolture.

Helga Marsala
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Dopo le tappe di Abu Dhabi e Kuwait City, la mostra Italian Shoe Design approda a Canton, città costiera della Cina meridionale, crocevia storico di scambi commerciali e oggi hub strategico per l’industria della moda e del tessile. Famosa per la sua storica Fiera, che ogni anno attira buyer da tutto il mondo, Canton — il cui nome in mandarino è Guangzhou — si presenta come il palcoscenico perfetto per ospitare, nei suggestivi spazi del K11 Art Mall, un progetto espositivo che celebra l’eccellenza artigianale italiana attraverso uno degli oggetti più iconici a livello globale: la scarpa. Si tratta di modelli pensati come apice dell’ingegno e della maestria artigiana, capaci di raccontare un’epoca. I dettagli parlano di una cultura materiale che ha saputo trasformare l’oggetto d’uso in opera d’arte.

Italian Shoe Design, Installation view
Italian Shoe Design, Installation view

Il meglio del Made in Italy: gioielli da esposizione a Canton

La selezione delle 31 calzature femminili in mostra è stata curata da Elisabetta Pisu, esperta di design contemporaneo e fondatrice di EP Studio, una realtà che si occupa della promozione del Made in Italy attraverso mostre internazionali. “Le calzature hanno avuto un’evoluzione continua nel corso dei secoli”, racconta Pisu, “le punte hanno cambiato forma più volte diventando arrotondate, squadrate oppure affusolate. Di pari passo il tacco ha mutato aspetto e dimensione, alzandosi o riducendosi, diventando largo o a rocchetto, fino ad assumere un ruolo fondamentale nell’architettura stessa della scarpa”. I modelli, storici o di più recente realizzazione, appartengono ai brand e ai designer più rilevanti del panorama italiano, proprio a voler ribadire la centralità del nostro saper fare nell’immaginario della moda internazionale e l’inestimabile valore culturale che la calzatura italiana continua a rappresentare nel mondo. In mostra anche esemplari rarissimi, spesso custoditi gelosamente dalle maison, accanto a pezzi unici selezionati per l’innovazione del loro design o per la forza evocativa che racchiudono. Una varietà di stili che non solo racconta la capacità di reinventare l’oggetto-scarpa, ma anche l’abilità nel ricercare un equilibrio perfetto tra estetica e funzionalità, rendendo ogni calzatura un’opera d’arte che non solo riflette lo spirito di un’epoca, ma anticipa anche quello che sarà il futuro del design.

Italian Shoe Design, Installation view
Italian Shoe Design, Installation view

Tacco e luce: i codici del desiderio della scarpa, in mostra in Cina

Due sono gli elementi che legano indissolubilmente tutte le calzature della mostra: il tacco e la lucentezza. Il primo, spesso vertiginoso e sottilissimo, rende la scarpa tanto desiderabile quanto inaccessibile. Il secondo, attraverso materiali riflettenti, tessuti iridescenti e pietre Swarovski, dona a ogni modello una brillantezza unica,trasformandolo in un vero e proprio gioiello prezioso. Dalle invenzioni visionarie e innovative di Salvatore Ferragamo all’estetica minimalista di Sergio Rossi, dalla preziosità di René Caovilla alle allegorie di Prada, l’esposizione si snoda attraverso una sinfonia di stili che abbracciano la storia della scarpa italiana. Si alternano l’eclettismo di Versace, le architetture eleganti di Diego Dolcini, e le proposte dei giovani designer italiani, come le forme inusuali e i colori audaci di Francesca Bellavita, le linee essenziali e raffinate di MARIæN e l’iper-femminilità di Alfredo Piferi, che fonde glamour e sostenibilità con un’impronta fortemente innovativa. Ogni paio di scarpe diventa una ricerca scultorea, un’armonia perfetta tra estetica e funzione. L’uso sapiente – e talvolta inusuale – delle forme e dei colori rende ogni modello diverso e per questo unico, ma sempre caratterizzato dallo stesso denominatore comune: quello dell’eccellenza.

Italian Shoe Design, Installation view
Italian Shoe Design, Installation view

La Via della Seta incontra il Made in Italy

Il Made in Italy, nella sua forma più autentica, rappresenta il cuore pulsante della nostra identità, un marchio universalmente riconosciuto come simbolo di artigianalità, unicità, qualità e impegno verso la sostenibilità ambientale. Un’eccellenza che continua a incarnare la perfetta fusione tra innovazione e tradizione, capace di raccontare storie senza tempo. E quale momento migliore per inaugurare questa celebrazione se non lo scorso 15 aprile, in occasione della Giornata Nazionale del Made in Italy, che rappresenta il culmine di un impegno condiviso per esaltare il valore del nostro patrimonio creativo a livello globale. Come sottolineato anche da Valerio De Parolis, Console Generale d’Italia a Canton: “Portando questa mostra dedicata al design della scarpa italiana in occasione della Giornata del Made in Italy, abbiamo voluto celebrare, anche qui nel cuore di Canton, la nostra capacità unica di coniugare l’arte di una tradizione manifatturiera secolare con la bellezza e l’armonia delle forme. Un connubio perfetto di creatività ed eleganza che solo il Made in Italy sa esprimere”. C’è tempo fino al prossimo 20 maggio per visitare Italian Shoe Design, per immergersi nella magnificenza della moda italiana e celebrare una collaborazione autentica tra Italia e Cina. Nonostante la distanza geografica, infatti, sono entrambi abili nel trovare un linguaggio comune che parli di design e artigianalità.
Marta Melini

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Curioso nome Coppa Pizzeria per un concept d’arte contemporanea. Ma ha il suo perché e ne diamo conto. L’artista Daniele Sigalot (Roma, 1976), che ne è ideatore e kingmaker, fino qualche anno fa era di base a Berlino, dove era solito organizzare partite di calcetto in un cortile, coinvolgendo amici e collaboratori. Base logistica di questa iniziativa ‘dopolavorista’ era lo studio dell’artista, denominato, con l’ironia che contraddistingue Sigalot, La pizzeria.

Il progetto Coppa Pizzeria di Daniele Sigalot

La cosa crebbe; nacque un torneo vero e proprio, con regole tutt’altro che ortodosse e sempre più artistiche. Col tempo l’idea ha assunto connotati da mega evento situazionista. Grosso, ma rigorosamente effimero; ha luogo, infatti, in una sola giornata, una volta l’anno. A pesare sono location e strutturazione dell’‘arena’ in cui si svolgono le ‘ostilità’; spesso il risultato è stupefacente proprio da questo punto di vista. Memorabile l’edizione 2024, tenutasi sul fondo di una piscina olimpionica, il Kursaal di Ostia Lido. Vuoto ovviamente, con il campo di gioco tutto azzurro e ben delimitato anche in altezza, vista la profondità dell’incavo; insomma, un’ambientazione top, alla Matthew Barney prima maniera. E quest’anno? L’evento ha avuto luogo a Napoli, al porto, a inizio maggio. Con dirimpetto il Vesuvio. In un video il grande ex-calciatore Marco Tardelli s’è detto desideroso di esserci, ma anche impaurito per il fatto di essere juventino. Ovviamente siamo andati a curiosare, innamorati come siamo sia dell’arte contemporanea che del calcio. Ah, per chi non lo sapesse, La pizzeria esiste ancora, ma è a Roma, dove Sigalot è tornato a vivere. Un po’ studio e un po’ ritrovo, è uno tra i numerosi hub d’arte contemporanea che stanno ravvivando la scena della Capitale; vale la pena fare un salto.

Coppa Pizzeria 2025, Credito fotografico UNCOSO creative Studio
Coppa Pizzeria 2025, Credito fotografico UNCOSO creative Studio

L’edizione 2025 di Coppa Pizzeria

Apprendiamo che l’assurda Coppa è già alla tredicesima edizione. Ufficialmente è stata dichiarata come l’ultima, ma questo accade ogni anno, sicché non è credibile come notizia; un po’ come quei rivenditori di tappeti che svendono la mercanzia per chiusura locali, ma poi la svendita dura decenni. Infatti, sull’argomento Sigalot si è già smentito, annunciando che l’edizione 2026 sarà a Venezia, durante la Biennale d’Arte. Top. Sigalot dovrà essere bravo a scegliere una location degna di cotanto appuntamento, ma in tal senso ha già dato prova di saper stupire. Tornando al concept, l’idea che ci siamo fatti è che l’ispirazione gli sia venuta dalle divise sempre più improbabili delle squadre di calcio di oggi, soprattutto quando si tratta delle maglie da trasferta, odiate dai tifosi e spesso al limite del circense. La formula, infatti, consiste nel matchare l’agonismo delle partite a eliminazione diretta e la carica visionaria dell’arte performativa. Il clou sta nel vedere calciatori agghindati nei modi più impensabili rincorrere il pallone e azzuffarsi. Il resto lo fa l’imponderabile, ovvero la smania di far finire il pallone in porta, che con tali premesse diventa insieme divertente e sublime.

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L’assurda location della Coppa Pizzeria 2025 a Napoli

Due parole sullo ‘stadio’. Solenne e matto, industrial ed effimero, è stato montato e smontato in 48 ore, da mulettisti professionisti del porto. Era fatto di soli container, disposti a raggiera intorno al terreno di gioco e sovrapposti tra loro in colonne da quattro, sì da raggiungere un’altezza considerevole. Insomma, un mini-Colosseo fatto di rettangoloni rugginosi, punk e molto berlinese. Peraltro super funzionale, visto che i container del livello più basso fungevano da spogliatoi. Notevole che uscendo dai container gli “atleti” somigliassero più a dei gladiatori, nonostante il narcisismo delle loro mise, che ai calciatori-divi di oggi. Menzione a parte per uno dei claim dell’evento, con un giocatore (anzi una giocatrice) in carne ed ossa di Subbuteo – il leggendario gioco da tavolo ispirato al calcio – che si libra in alto tra i container, sollevata da una gru. La scena incanta; sarà che è un omaggio a quel gioco ma anche uno splendido e ieratico tableau vivant.

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Coppa Pizzeria 2025

Come funziona Coppa Pizzeria dell’artista Daniele Sigalot

Qualche informazione di base. Le partite durano cinque minuti (sic) e le squadre si compongono di solo due giocatori, il che è coerente con la storia della performance, da sempre propensa alla configurazione a coppia. Soprattutto, non ci sono regole. Le porte ci sono ma sono piccole, agghindate con paillettes e schermabili con ogni stratagemma. L’anarchia è totale, al punto che anche l’arbitro può fare ciò che vuole, compreso validare goal inesistenti – si sa che quando si esagera in una direzione poi arriva il contrappasso. Le linee di demarcazione contano e non contano, infatti l’invasione di campo da parte del pubblico non è tabù, anzi; questo perché campo e bordo campo sono come arte e vita, si scambiano di posto fino a coincidere, come da tradizione kaprowiana dell’happening, qui declinata in senso pallonaro. Tra una partita e l’altra va in scena il dj-set e il pubblico diventa protagonista. Ma l’intermezzo deve durare poco, quindi si ricorre anche a pezzi musicali improbabili, tipo il melenso Quello che le donne non dicono, che in tale baraonda diventa più paralizzante, dunque efficace, di una qualsiasi hit di un cantante neomelodico locale. Open bar e barbecue a bordo campo rendono il tutto una roba alla Rirkrit Tiravanija. Ma fino a un certo punto, perché qui a dominare è una vena sardonica e nonsense più riconducibile alle pantomime di Frank Zappa. Trentaquattro le squadre, tipo campionato del mondo. I nomi? Da Azz a Fragili sussulti, da Le serenissime a Le gattare, fino a Ultrans e Tutto passa. All’ultimo momento le semifinaliste hanno deciso di fondersi, sicché si è passati direttamente alla finalissima, in spregio all’agonismo messo in mostra fino a quel momento. La mise più divertente? Quella più conceptual, composta da una coppia davvero bizzarra: un gufo che vuole essere una banana, e una banana che vuole essere un gufo – di fatto due pupazzoni da luna park psichedelico. C’erano poi dinosauri, cardinali, supereroi e carte da gioco. Due calciatrici erano vestite da rebus dei programmi televisivi, avevano quindi al seguito grossi cartelli con caratteri cubitali rivelatisi utili – ovviamente – solo nella fase difensiva, come barriera per evitare il goal. Riassumendo, ciò a cui si assiste è qualcosa tra la partita di calcio ilare tra filosofi dei Monty Python e il Burning Man americano. Con palle, palloni e palline che sbucano e piovono da tutti i lati.

Cosa si vince alla Coppa Pizzeria

Le coppe in palio sono più d’una. A parte quella maggiore, ce n’è una per i costumi, la “Narciso”, andata a un calciatore travestito da bidone della spazzatura. Poi c’è un trofeo per il gesto più artistico. Qui c’è stata la doppietta, nel senso che anche questo riconoscimento è andato al cestino umano. La motivazione? Si è reso protagonista del plateale gesto di gettare la prima coppa vinta dentro se stesso. E qui un Tino Sehgal avrebbe urlato This is so contemporary! La chicca sono le “coppe retrospettive”. Si riferiscono agli abbagli presi dai giudici in edizioni precedenti, alle partecipazioni cioè che benché non premiate sul momento sono poi rimaste nella memoria di pubblico e “critica”. Il trofeo è stupendo: un cilindro insulso sormontato dallo specchietto retrovisore di un ciclomotore. Viene da pensare che se a Hollywood esistesse un riconoscimento del genere Stanley Kubrick ne avrebbe fatto incetta. Non mancano bandiere e striscioni, tutti settati su un paradigma metalinguistico, che è tipico dell’arte contemporanea. Nel senso che il pubblico sventola vessilli che inveiscono contro la manifestazione stessa (“Tempo perso” recita un bandierone), ma soprattutto contro il suo artefice Sigalot.

Coppa Pizzeria 2025
Coppa Pizzeria 2025

Tra sarcasmo e autoironia: Daniele Sigalot

In conclusione, Blame Sigalot if this is art! Che poi è lo slogan di una delle squadre partecipanti, parafrasi di uno dei lavori più riusciti del Nostro: un post-it ingigantito che, ironizzando sul paradigma mai davvero popolare del ready-made, recita così: Blame Duchamp if this is art. “E lasciatemi divertire!” sembra dire Sigalot, questo Palazzeschi del contemporaneo. In particolare, con questa Coppa Pizzeria, che è la sua creatura più privata e insieme più blockbuster. Ormai è anche un po’ cult. Va apprezzato da un lato il coraggio, perché l’arte contemporanea di marca concettualista raramente si occupa di un fenomeno considerato pop come il calcio (a memoria ricordiamo solo il video del 2006 di Douglas Gordon e Philippe Parreno Zidane. A 21st century portrait). Ma poi, va evidenziato che si tratta di una maratona di ben otto ore di performance, per giunta non slegate come in un festival, ma incastonate entro un format (in)sensato e bello compatto. Il mood generale è quello dei rave; si fa della partecipation mystique – come la chiamava Carl-Gustav Jung citando Lucien Lévy-Bruhl – ma in salsa pallonara. Parlando di psicologia, si capisce che è il sogno di un introverso diventato anfitrione; d’altronde Sigalot, anche a guardarlo, non è chiaro se sia più romano o tedesco. In conclusione, ben venga il sarcasmo. E l’autoironia. Rispetto alla spocchia di certa arte contemporanea tutta fuffa e retorica, così bene irrisa da Paolo Sorrentino nel suo La grande bellezza, è da preferirsi un concettualismo di questo tipo: pop, inclusivo, cazzone e godibile. Lunga vita.
Pericle Guaglianone
Libri consigliati:

Daniele Sigalot. A portrait of everyone, everywhere. Di Jennie Huston

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L’articolo "Una partita di calcio in un Colosseo di container nel porto di Napoli. Finalmente un folle evento d’arte contemporanea" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Tra sperimentazione artistica, promozione di giovani talenti e accessibilità commerciale, il curatore e critico Andrea Lacarpia sceglie una nuova sede per la sua Candy Snake, finora situata nel piano interrato di Galleria Giovanni Bonelli, in Via Lambertenghi a Milano. Infatti, dal 13 maggio 2025, la galleria si troverà in Via degli Orombelli 15, quartiere Lambrate, in un nuovo spazio che (finalmente!) affaccia su strada: a inaugurarlo una mostra collettiva con Riccardo Albiero, Francesco Ardini, Elen Bezhen, Naomi Gilon, Marco Mastropieri, Agostino Rocco, Marco Sandreschi, Simone Stuto e Gloria Tomasini. Questo cambiamento è il segno di una rinnovata apertura verso la città, che inizia sin dagli anni della non profit Dimora Artica e passa dalla vetrina di Edicola Radetzky. Le parole chiave che descrivono l’attività della galleria sono “armonizzazione, piacere e ricerca”, soprattutto con i social e in particolare Instagram, che gioca un ruolo fondamentale nello scouting e nella comunicazione. Per l’occasione ci siamo fatti raccontare tutto dal suo fondatore.

Marco Sandreschi, Isola di notte #3, olio su tela, 40x60 cm1 / 8
Marco Sandreschi, Isola di notte #3, olio su tela, 40x60 cm
Marco Mastropieri, Alta marea, 2022, olio su tela, 60x80 cm2 / 8
Marco Mastropieri, Alta marea, 2022, olio su tela, 60x80 cm
Simone Stuto, Écrire, 2023, olio su tela, 50x50 cm3 / 8
Simone Stuto, Écrire, 2023, olio su tela, 50x50 cm
Agostino Rocco, Felix, 2025, olio su carta su tavola, 21x17cm web4 / 8
Agostino Rocco, Felix, 2025, olio su carta su tavola, 21x17cm
Riccardo Albiero, Hunting scene in the snow, 2025, inchiostro e pigmenti su carta su tavola, 43,5x37cm5 / 8
Riccardo Albiero, Hunting scene in the snow, 2025, inchiostro e pigmenti su carta su tavola, 43,5x37cm
Elen Bezhen, Portrait on a blue background, 2025, olio su tela, 55x46cm6 / 8
Elen Bezhen, Portrait on a blue background, 2025, olio su tela, 55x46cm
Francesco Ardini, Il fauno della sorgente, 2023, ceramica, smalto, lustro, legno, acrilico, nylon con coating metallico, 58x37x6cm7 / 8
Francesco Ardini, Il fauno della sorgente, 2023, ceramica, smalto, lustro, legno, acrilico, nylon con coating metallico, 58x37x6cm
Naomi Gilon, ceramica8 / 8
Naomi Gilon, ceramica
Marco Sandreschi, Isola di notte #3, olio su tela, 40x60 cm
Marco Mastropieri, Alta marea, 2022, olio su tela, 60x80 cm
Simone Stuto, Écrire, 2023, olio su tela, 50x50 cm
Agostino Rocco, Felix, 2025, olio su carta su tavola, 21x17cm web
Riccardo Albiero, Hunting scene in the snow, 2025, inchiostro e pigmenti su carta su tavola, 43,5x37cm
Elen Bezhen, Portrait on a blue background, 2025, olio su tela, 55x46cm
Francesco Ardini, Il fauno della sorgente, 2023, ceramica, smalto, lustro, legno, acrilico, nylon con coating metallico, 58x37x6cm
Naomi Gilon, ceramica

L’intervista ad Andrea Lacarpia di Candy Snake

Come e quando nasce Candy Snake e perché questo nome?
Il progetto di galleria è nato durante il periodo del Covid, quando si è fatta strada l’idea di trasformare Dimora Artica, spazio indipendente che ho fondato nel 2013, in una galleria che unisse attitudine alla sperimentazione, promozione di giovani artisti e semplificazione dell’aspetto commerciale. Il nome della galleria è stato preso in prestito dal titolo di un’opera di Pietro Di Corrado (Cotton Candy Snake) e vuole comunicare l’unione del serpente come simbolo del mistero e della caramella come simbolo del piacere. Quindi una galleria che unisce approfondimento di tematiche legate alla dimensione interiore e culto dell’esperienza estetica come fonte di piacere sensoriale.

Com’è stato passare da una realtà non profit a una commerciale?
La partecipazione alle fiere e la gestione generale è più complessa. La scelta degli artisti resta legata al mio gusto personale, ma è importante che con alcuni artisti si instauri un rapporto di collaborazione continuativa, cosa che nell’esperienza di Dimora Artica non era fondamentale. Inoltre si sono creati dei rapporti di buona amicizia con alcuni collezionisti.

La nuova sede a Milano di Candy Snake

Cosa ricorderai della vecchia sede e quali sono le caratteristiche della nuova?
Nello spazio in Via Lambertenghi era essenziale il rapporto di sinergia con Galleria Giovanni Bonelli, situata nello stesso edificio. Giovanni Bonelli e il suo team mi hanno insegnato molto e si sono creati dei rapporti di amicizia che sicuramente proseguiranno. Il contratto in scadenza mi ha fatto muovere per un nuovo spazio che, rispetto al precedente che era un piano interrato, è affacciato su strada. Questa apertura alla città attraverso la vetrina, che ho sperimentato nella sede di Dimora Artica in Via Dolomiti e nell’esperienza di direzione artistica di Edicola Radetzky, mi mancava molto e quando ho visto questo spazio me ne sono subito innamorato. Inoltre a fianco alla galleria si trova lo studio Superness di Alessio d’Ellena, graphic designer molto attivo nel campo delle arti visive.

Candy Snake Gallery, via degli Orombelli 15, Milano
Candy Snake Gallery, via degli Orombelli 15, Milano

L’attività di Candy Snake e il ruolo dei social

Quali sono le tre parole chiave che identificano l’attività di Candy Snake?
Armonizzazione, piacere, ricerca.

Quale ruolo ricoprono gli strumenti digital e social nel tuo modo di fare ricerca?
Instagram è fondamentale, è diventato lo strumento principale per conoscere nuovi artisti e per comunicare con essi. Molto immediato e utile per avere un’idea generale della ricerca e della personalità dell’artista, che poi ovviamente deve essere approfondita. Nonostante stia lavorando stabilmente con alcuni artisti, l’attività di scouting prosegue incessante.

Quale invece le fiere? E perché spesso scegli rassegne decentrate?
Nei quattro anni di attività della galleria la partecipazione alle fiere è stata intensa, sopratutto negli ultimi due. La fiera è il luogo in cui si incontrano più persone e per me è sempre stimolante pensare all’allestimento dello stand come fosse una piccola mostra in galleria. In questi anni abbiamo scelto di partecipare anche a fiere decentrate rispetto a quelle più note perché sono dei luoghi in cui si può intercettare un pubblico nuovo, formato da piccoli collezionisti molto appassionati. La partecipazione alle fiere porta anche degli stress dovuti all’organizzazione della trasferta in altre città, ma ne vale la pena per il rapporto con un pubblico solitamente più ampio dei visitatori della galleria.

Chi sono gli artisti da tenere d’occhio in questo momento?
Dopo il successo delle ultime fiere in cui l’ho presentato, finalmente a settembre in galleria ci sarà la mostra personale di Riccardo Albiero, che ha recentemente presentato la sua prima personale a Pechino. Poi sto lavorando benissimo anche con Elen Bezhen e Agostino Rocco, due artisti figurativi, dalle tematiche molto diverse ma entrambi connotati da un grande virtuosismo tecnico. Infine, in questa piccola selezione cito Simone Stuto, autore molto attivo in questo periodo e dalla ricerca che unisce diversi riferimenti alla storia dell’arte e della letteratura a una pittura fluida e densa di dettagli, Naomi Gilon, artista oramai storica della galleria, che si muove tra gotico e glamour, unendo sperimentazione nella tecnica della ceramica e interesse per la cultura popolare contemporanea.
Caterina Angelucci

L’articolo "A Milano la galleria d’arte Candy Snake cambia sede: l’intervista al fondatore Andrea Lacarpia" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Ero una studentessa quando nel 1990 ho avuto occasione di vedere la mostra di Felice Casorati (Novara, 1883 – Torino, 1963) a Palazzo Reale. Accompagnava un piccolo gruppo la nostra docente di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università Statale, Maria Mimita Lamberti, esperta di quel raffinato artista che stavo scoprendo nella sua grandezza proprio in quel momento. Nel corso degli anni ogni volta che ne ho avuto l’occasione ho cercato di approfondire la mia conoscenza su questo artista riservato, colto, per certi versi esoterico.

La mostra di Felice Casorati a Milano

La mostra milanese è una ghiotta occasione in tal senso. Vede coinvolti gli autori del catalogo generale dell’artista, Giorgina Bertolino e Francesco Poli e Fernando Mazzocca, importante studioso di storia dell’arte. Una mostra questa che fa il punto su un protagonista dell’arte e della cultura italiana. Pur avendo vissuto i suoi anni più importanti durante il fascismo, Casorati ha sempre avuto una posizione distaccata dal regime.
Amico del giovane Piero Gobetti, legato al compositore Alfredo Casella, che ritrae in un dipinto presente a Milano, Casorati, laureato in Giurisprudenza, ha lasciato nella città che lo aveva adottato, Torino, tracce fondamentali. Riferimento per intere generazioni ha insegnato all’Accademia Albertina. Alcuni anziani artisti ancor alo ricordano con il suo piglio magistrale e severo, ma ha anche diretto una sua scuola privata di pittura, dove si è formato il gruppo dei Sei.

Annunciazione, 1927, olio su tavola, 151 x 100 cm. Collezione privata. Photo Credit Giuseppe e Luciano Malcangi. © Felice Casorati by SIAE1 / 8
Annunciazione, 1927, olio su tavola, 151 x 100 cm. Collezione privata. Photo Credit Giuseppe e Luciano Malcangi. © Felice Casorati by SIAE
Conversazione platonica, 1925, olio su tavola, 78,5 x 100 cm. Collezione privata. © Felice Casorati by SIAE2 / 8
Conversazione platonica, 1925, olio su tavola, 78,5 x 100 cm. Collezione privata. © Felice Casorati by SIAE
Eclissi di luna o Paralleli, 1949, olio su tela, 100,5 x 50,5 cm. Collezione Andrea e Rosalba Scardina, Torino. © Felice Casorati by SIAE3 / 8
Eclissi di luna o Paralleli, 1949, olio su tela, 100,5 x 50,5 cm. Collezione Andrea e Rosalba Scardina, Torino. © Felice Casorati by SIAE
L'abbraccio, 1914, acquaforte e acquatinta, 305 x 243 mm. Collezione privata. Photo Credit Pino Dell’Aquila. © Felice Casorati by SIAE4 / 8
L'abbraccio, 1914, acquaforte e acquatinta, 305 x 243 mm. Collezione privata. Photo Credit Pino Dell’Aquila. © Felice Casorati by SIAE
Le signorine, 1912, olio su tela. Fondazione Musei Civici di Venezia – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. © Felice Casorati by SIAE copia5 / 8
Le signorine, 1912, olio su tela. Fondazione Musei Civici di Venezia – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. © Felice Casorati by SIAE
Le sorelle Pontorno, 1937, olio su tela, 162 x 129 cm. UniCredit Art Collection. Photo Credit Sebastiano Pellion di Persano. © Felice Casorati by SIAE6 / 8
Le sorelle Pontorno, 1937, olio su tela, 162 x 129 cm. UniCredit Art Collection. Photo Credit Sebastiano Pellion di Persano. © Felice Casorati by SIAE
Raja, 1924-1925, tempera su tavola, 120 x 100 cm. Collezione privata. Photo Credit Matteo De Fina. © Felice Casorati by SIAE7 / 8
Raja, 1924-1925, tempera su tavola, 120 x 100 cm. Collezione privata. Photo Credit Matteo De Fina. © Felice Casorati by SIAE
Ritratto di Maria Anna De Lisi o Anna Maria De Lisi, 1919, tempera su tela, 141 x 140 cm. Collezione privata. Photo Credit Pino Dell’Aquila. © Felice Casorati by SIAE8 / 8
Ritratto di Maria Anna De Lisi o Anna Maria De Lisi, 1919, tempera su tela, 141 x 140 cm. Collezione privata. Photo Credit Pino Dell’Aquila. © Felice Casorati by SIAE
Annunciazione, 1927, olio su tavola, 151 x 100 cm. Collezione privata. Photo Credit Giuseppe e Luciano Malcangi. © Felice Casorati by SIAE
Conversazione platonica, 1925, olio su tavola, 78,5 x 100 cm. Collezione privata. © Felice Casorati by SIAE
Eclissi di luna o Paralleli, 1949, olio su tela, 100,5 x 50,5 cm. Collezione Andrea e Rosalba Scardina, Torino. © Felice Casorati by SIAE
L'abbraccio, 1914, acquaforte e acquatinta, 305 x 243 mm. Collezione privata. Photo Credit Pino Dell’Aquila. © Felice Casorati by SIAE
Le signorine, 1912, olio su tela. Fondazione Musei Civici di Venezia – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. © Felice Casorati by SIAE copia
Le sorelle Pontorno, 1937, olio su tela, 162 x 129 cm. UniCredit Art Collection. Photo Credit Sebastiano Pellion di Persano. © Felice Casorati by SIAE
Raja, 1924-1925, tempera su tavola, 120 x 100 cm. Collezione privata. Photo Credit Matteo De Fina. © Felice Casorati by SIAE
Ritratto di Maria Anna De Lisi o Anna Maria De Lisi, 1919, tempera su tela, 141 x 140 cm. Collezione privata. Photo Credit Pino Dell’Aquila. © Felice Casorati by SIAE

Casorati: gli esordi

La mostra antologica milanese è divisa in sezioni. Dagli esordi tra Padova e Napoli, in cui è compreso tra gli altri Le ereditiere del 1910 alle Allegorie e Simboli che segnano il periodo veronese dal 1912 al 1914, una sezione particolarmente ricca in cui sono anche opere grafiche e sculture, come le tre maschere del 1914, qui riunite.

Casorati a Torino

Il terzo gruppo di opere riguarda il periodo torinese con le grandi tempere realizzate fra il 1918 e il 1920. Maschere e armature tra il 1914 e il 1921 propone le straordinarie tempere dedicate ai giocattoli. Cuore della mostra può essere considerato il gruppo di lavori dell’inizio dei Venti dei quali fanno parte tra gli altri la pierfrancescana Silvana Cenni e Le uova sul cassettone, in cui il richiamo è a certa arte fiamminga. Interessante il rapporto dell’artista con l’industriale intellettuale Riccardo Gualino. Sono qui in mostra, rari a vedersi, i bassorilievi per il teatro privato di casa Gualino, realizzato dall’architetto AlbertoSartoris, e dai pittori Chessa e Casorati, che eseguì in quello stesso periodi gli stupendi ritratti del collezionista, della moglie Cesarina e del figlio Renato, qui in mostra. Un’altra sezione propone le opere per la Biennale veneziana del 1924.

Raja, 1924-1925, tempera su tavola, 120 x 100 cm. Collezione privata. Photo Credit Matteo De Fina. © Felice Casorati by SIAE
Raja, 1924-1925, tempera su tavola, 120 x 100 cm. Collezione privata. Photo Credit Matteo De Fina. © Felice Casorati by SIAE

Casorati: la primavera della pittura

Quindi il gruppo delle conversazioni platoniche della seconda metà dei Venti con persone e oggetti. Le più solari opere realizzate dal 1927 al 1932 sono raccolte sotto il titolo La primavera della pittura. Altre sezioni sono dedicate alle figure malinconiche degli anni Trenta e ai capolavori di questi stessi anni in con protagoniste sono figure di donne. L’enigma di Narciso è il titolo della serie di dipinti realizzati durante la seconda guerra mondiale, al quale fanno seguito le opere degli ultimi anni. In chiusura una scelta dei bozzetti di Casorati scenografo per il Teatro alla Scala, in cui è possibile tirare le fila della sua importante ricerca artistica.
Angela Madesani  
Libri consigliati:

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Triennale Milano 2025
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Baj + Milton “Paradiso Perduto” i paradossi della libertà
  • Milano
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