Noviembre 02, 2026

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Attualità, politica e sorpresa. Sono questi gli elementi che contraddistinguono il Festival di Cannes, edizione 78, che inizia come di consueto con la conferenza stampa della Giuria Ufficiale, quest’anno presieduta dall’iconica attrice francese Juliette Binoche. Insieme a lei altri otto membri chiamati a designare la Palma d’Oro 2025 (per cui concorre anche Fuori di Mario Martone): l’attrice e regista americana Halle Berry, la regista e sceneggiatrice indiana Payal Kapadia, l’attrice italiana Alba Rohrwacher, la scrittrice franco-marocchina Leïla Slimani, il regista, documentarista e produttore congolese Dieudo Hamadi, il regista e sceneggiatore coreano Hong Sangsoo, il regista, sceneggiatore e produttore messicano Carlos Reygadas e l’attore americano Jeremy Strong.

Al via il Festival di Cannes. Juliette Binoche in conferenza spiazza tutti

Tra MeToo, Donald Trump, il caso Gérard Depardieu, l’attrice è stata chiamata in causa su tante questioni caldissime a cui non si è sottratta (non ha potuto!), pur svicolando con poche parole. Riguardo il Presidente USA e la sua legge cinema, di cui si discute in questi giorni e che potrebbe portare a una crisi maggiore a livello internazionale, ha commentato: “Non sono sicura di essere in grado di rispondere a questa domanda perché richiede un’analisi dell’industria e del cinema nel mondo. Non ho gli strumenti per parlare della sua politica però mi sembra stia facendo di tutto per salvare il suo Paese… Insomma per salvarsi il culo”. Mentre sui fatti legati a Depardieu ha detto: “Non è un mostro, è un uomo. Dobbiamo pensare intensamente al potere che diamo alle persone”.

screenshot 2025 05 13 alle 171553 Al via il 78esimo Festival di Cannes. La Giuria si presenta tra politica e attualità
78esimo Festival di Cannes

L’appello dei grandi del cinema riguardo Gaza

E non finisce qui… In questa prima giornata del Festival di Cannes non è mancato un “grido” di stop alla guerra a Gaza. “A Cannes l’orrore di Gaza non deve passare inosservato”, è stato detto e scritto. Da Richard Gere a Xavier Bardem, da Susan Sarandon a David Cronenberg, da Pedro Almodóvar a Paolo Sorrentino e Mario Martone, circa 400 artisti, tra cui appunto nomi importanti di Hollywood e del panorama cinematografico mondiale, hanno firmato una lettera apparsa sul quotidiano francese Libération, e ufficialmente ripresa poi da Variety, in cui è stato denunciato il silenzio di fronte a una guerra che ha ormai le sembianze effettive dello sterminio di massa. E giustamente questo appello conta sull’eco amplificato che può offrire la stessa cerimonia d’apertura del Festival. All’appello però manca proprio la firma della Binoche, che in conferenza stampa, tagliando corto e visibilmente in imbarazzo, ha dichiarato: “Non posso rispondere”.

Cinema come verità e comunità: le parole di Jeremy Strong

Il Festival di Cannes non è però solo politica, o meglio lo è, e tantissimo, ma soprattutto attraverso il cinema. Lo ha ricordato l’attore Jeremy Strong (per tutti star di Succession), membro della Giuria Ufficiale, che, ricordando lo scorso anno in cui non ha potuto accompagnare la delegazione del film The Apprentice, di cui faceva parte nei panni dell’avvocato e mentore di Donald Trump, Roy Cohn, ha affermato: “Vedo Roy Cohn essenzialmente come il progenitore delle fake news e dei fatti alternativi, e penso che stiamo vivendo le conseguenze di ciò che ha creato. Credo però che in questo periodo, in cui la verità è sotto attacco, in cui la verità è sempre più in pericolo, il ruolo delle storie, del cinema, dell’arte e, specificamente in questo tempio del cinema, il ruolo del cinema è sempre più cruciale perché può combattere quelle forze nell’entropia della verità e può comunicare verità. Verità individuali, verità umane, verità sociali, e affermare e celebrare la nostra comune umanità. Quindi direi che quello che sto facendo quest’anno è, in un certo senso, un contrappeso a quello che Roy Cohn stava facendo l’anno scorso”.
Margherita Bordino

L’articolo "Al via il 78esimo Festival di Cannes. La Giuria si presenta tra politica e attualità" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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A volte non è tanto cosa rimane, ma come quel qualcosa rimane a dare sapore alla memoria, a determinarne la filigrana. Lo sa bene il pittore italiano Norberto Spina (Torino, 1995) che, fresco di diploma alla Royal Academy of Art di Londra, presenta un nuovo corpus di dipinti nella sua prima mostra personale italiana, alla galleria Cassina Projects di Milano.  

La mostra di Norberto Spina a Milano 

Nel white cube del piano terra di Cassina Projects, le tonalità terrose impiegate da Spina risaltano e inghiottono la luce. I soggetti, modulati da immagini di archivi familiari e da composizioni ex novo dell’artista, comprendono figure che richiamano più esplicitamente un passato indefinito (bambini e ragazzi in divisa scolastica), ma anche animali (un cavallo bardato di viola) e nature morte (una sella, un raffinatissimo set di teiere in argento, un carrello porta-feretri). 

Norberto Spina, Anticamere, 2025. Installation view at Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano. Photo Roberto Marossi
Norberto Spina, Anticamere, 2025. Installation view at Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano. Photo Roberto Marossi

Le opere di Norberto Spina in mostra a Milano 

A interrompere il candore dello spazio interviene una sotto-stanza, rivestita in legno: qui, in un ambiente che – in linea con opere come Il campione, Svendita di selle o Lo scatto – richiama l’immaginario della stalla, campeggia un’opera solitaria, tutt’altro che equina. Il ragazzino protagonista de La promessa, vestito di una candida uniforme, sembra essere stato improvvisamente interrotto dalla lettura, e ci guarda negli occhi. Lo fa non con il tragicissimo muso del bimbo imbronciato in Non fare capricci, né con la sveglia eccitazione dei due fratelli in Lo specchio, ma con uno sguardo da Gioconda e una maschera quasi impassibile. Quasi, perché incapace di celare una certa curiosità per lo spettatore che l’ha distolto dal libricino che tiene fra le mani. 

Norberto Spina, Anticamere, 2025. Installation view at Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano. Photo Roberto Marossi1 / 14
Norberto Spina, Anticamere, 2025. Installation view at Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano. Photo Roberto Marossi
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Norberto Spina, Anticamere, 2025. Installation view at Cassina Projects. Courtesy the Artist and Cassina Projects, Milano. Photo Roberto Marossi

Norberto Spina. Pittura della pittura 

Ma al di là di questi giochi di sguardi che il pittore dirige abilmente, Spina mette in crisi la distinzione tra forma e contenuto che tanto amiamo: perché, più che i soggetti che dipinge, è la pittura stessa a rubare la scena. E a farsi soggetto e oggetto della propria indagine. Certo, bambini, argenterie e cavalli sono assolutamente coerenti, ma paiono bellissime scuse per realizzare una pittura della pittura. Sia chiaro, non c’è nulla di male. Al contrario, la stratificazione e l’intreccio delle pennellate sono la prova tangibile di un interesse quasi maniacale per il medium, che ribalta il suo ruolo di supporto. Lo si vede nel procedimento per livelli, nella dissezione del colore, nei grumi di impasto pittorico che donano al dipinto un aspetto quasi legnoso. Quella di Norberto Spina è una pittura che parla di memoria, sì, ma anche di memoria della pittura stessa. Del suo farsi, del suo sovrapporsi e del suo cancellarsi. E del suo ineluttabile riemergere. 
 
Alberto Villa 
 
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Chiara Dynys - Private Atlas
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La Pop Art di Bruno Bozzetto
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Triennale Milano 2025
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Jago e Caravaggio - Natura Morta
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Baj + Milton “Paradiso Perduto” i paradossi della libertà
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Alla sua ottava edizione, il festival dell’audiovisivo ospitato nell’area di archeologia industriale più estesa d’Europa – che fa capo al Gazometro Ostiense, oggetto di un lungo progetto di rigenerazione promosso da ENI – si presenta in formato più esteso, con un giorno in più di programmazione, e forte del supporto di una nuova rete, CO-VISION, di cui è project leader con l’obiettivo di sviluppare entro il 2026 un archivio digitale europeo accessibile a tutti, per dare voce alle urgenze ambientali del nostro tempo.

Videocittà 2025 al Gazometro di Roma. Il tema

Intanto, dal 3 al 6 luglio 2025, il pubblico di Videocittà è invitato a partecipare a esperienze immersive, talk e attività in realtà aumentata, spettacoli audiovisivi, apprezzando le installazioni e i videomapping inediti che animeranno l’area del Gazometro.
Dal 2018 a oggi, il festival ha accolto oltre 550 artisti, attestandosi come laboratorio per talenti emergenti, poi sbocciati in ambito internazionale. In omaggio all’800esimo anniversario del Cantico delle Creature di San Francesco, l’edizione 2025 si concentrerà sul Sole come simbolo di vita, luce, energia, chiamando gli artisti coinvolti a esplorare il rapporto tra sostenibilità, ambiente e innovazione digitale. Chiudendo così la quadrilogia sul rapporto tra uomo e natura avviata nel 2022 con la Luna, e proseguita con la Terra e la Galassia.

Quayola, Solar. Render
Quayola, Solar. Render

“Solar”. L’installazione site-specific di Quayola

La grande installazione site-specific che connota ogni edizione del festival, avvolgendo il gazometro G4, sarà realizzata quest’anno dall’artista romano Quayola: Solar si ispira al fenomeno ottico dei raggi crepuscolari, e riproduce un ciclo infinito di albe e tramonti digitali, rendendo la luce materica. Per visitarla in modo più ordinato, quest’anno il pubblico potrà scegliere online una fascia oraria di riferimento (con l’obbligo di presentarsi 15 minuti prima dell’ingresso).

Videocittà 2024
Videocittà 2024

Il programma di Videocittà 2025: dalla videoarte alle esperienze VR

La Terrazza G3 ospiterà la rassegna di Videoarte a cura di Damiana Leoni e Rä di Martino. Si comincia giovedì 3 luglio con l’artista cinese Lu Yang, per la prima volta a Roma con lavori che evocano il mondo dei videogame tramite video, scultura, luce e suono. Il 4 luglio sarà la volta di Lawrence Lek (Premio Frieze Artist 2024), artista londinese di origini cinesi e malesi, noto per aver promosso il concetto di Sinofuturismo, con installazioni che esplorano temi spirituali ed esistenziali attraverso la lente della fantascienza. Sabato 5 luglio, invece, si torna in Italia con Federica Di Pietrantonio, vincitrice dei Videocittà Awards 2024 per la categoria Videoarte.
Seguendo la strada avviata nel 2024, anche quest’anno le Esperienze Virtual Reality curate da Anna Lea Antolini avranno ampio spazio. Aumenta, dunque, il numero di visori (oltre 100) a disposizione dei visitatori, distribuiti nelle aree dedicate alle avventure virtuali, dove in prima nazionale sarà presentata la Ayahuasca-Kosmic Journey di Jan Kounen. L’artista francese Adelin Schweitzer proporrà, invece, #Alphaloop_VR, una performance interattiva ispirata alle teorie sullo sciamanesimo cibernetico. Torna la partnership con Rai Cinema (nel salotto VR con Nebula, Aurora e Cabiria); IMPERSIVE presenta tre titoli tratti dalla sua produzione, Saudi Dakar, Ocean Luna Rossa e Prada Dubai Mode, diretti da Guido Geminiani.

Videocittà 2024
Videocittà 2024

I talk, la musica e le performance di Videocittà 2025

Tra gli appuntamenti da non perdere, il 3 luglio il main stage ospiterà il primo di una serie di appuntamenti dedicati all’intelligenza artificiale, proiettando ENO, documentario generativo su Brian Eno, ideato e diretto da Gary Hustwit. Seguirà talk di approfondimento su potenzialità e rischi dell’AI, con Simone Arcagni. A proposito di conversazioni, tra gli ospiti attesi si segnalano Luca Ravenna, Caterina Guzzanti, Coolman Coffeedan, Francesco De Carlo e Fabio Celenza, chiamati a discutere sull’evoluzione del linguaggio digitali. A moderarli, Nicolas Ballario, che torna a presentare la rassegna.
E ancora, il main stage ospiterà – durante i cambi di palco – anche la mostra dinamica e immersiva Il Miglior internet di sempre, che vuole presentare le migliori espressioni della creatività digitale contemporanea. Tra gli artisti in scena Demi Jenkins, Nina Nayko, Travis Scotti, Retirement House, Angelica Hicks, Pupetti Tutti Matti, Jacob Grégoire, Peachyskaterre Daniel Coffman.
Ricchissima, infine, la programmazione di spettacoli audiovisivi, a cura di Michele Lotti. Per l’opening, il 3 luglio, andrà in scena l’anteprima italiana di Onirica () live dei fuse*, performance che esplora la percezione del corpo nel regno dei sogni; il 4 luglio sul palco si avvicenderanno okgiorgioporta, Max Cooper e Victoria De Angelis. Il 6 luglio, la conclusione sarà affidata a Dardust, con lo spettacolo Urban Impressionism già presentato alla Nuvola: un’esperienza AV curata da Videocittà, in cui la musica del compositore incontra le architetture digitali di Franz Rosati.
Redazione

L’articolo "Videocittà 2025 torna al Gazometro di Roma. Il festival della visione e della cultura digitale sul rapporto uomo – natura" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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La 19ª Mostra Internazionale di Architettura di Venezia, Intelligens. Natural. Artificial. Collective, ha ufficialmente aperto i battenti. A curare questa edizione è Carlo Ratti che ha definito con chiarezza la visione alla base dell’esposizione: costruire il mondo con intelligenza, ascoltando quella della Terra. Il titolo stesso diventa così un invito alla collaborazione tra diverse forme di intelligenza — naturale, artificiale e collettiva — per ripensare in modo condiviso l’ambiente costruito.
In quello che è un quadro curatoriale aperto, i 66 Paesi partecipanti riescono a raccontare con efficacia il frutto di ricerche approfondite, attraverso allestimenti curati e accessibili anche ai non addetti ai lavori.

La Biennale di Architettura 2025: una manifestazione extraeuropea

L’edizione 2025 si distingue per un’espansione sempre più extraeuropea, grazie alla presenza di quattro nuove partecipazioni nazionali: la Repubblica dell’Azerbaijan, il Sultanato dell’Oman, il Qatar e il Togo. Un’apertura che sottolinea l’invito rivolto a ciascuna nazione di esplorare strategie architettoniche radicate nel proprio contesto locale, dando vita a un dialogo corale di voci e forme di intelligenza diverse. Ospitalità, comunità, equilibrio e memoria sono solo alcuni dei temi che attraversano questi quattro contributi. Ma dietro ogni padiglione c’è molto di più…

Azerbaigian – Equilibrium. Patterns of Azerbaijian

Alla sua prima partecipazione alla Biennale di Architettura, l’Azerbaigian presenta il padiglione Equilibrium. Patterns of Azerbaijan, curato da Nigar Gardashkhanova e promosso dalla Heydar Aliyev Foundation insieme al Ministero della Cultura della Repubblica, con il sostegno dell’ambasciata azera in Italia. Il progetto esplora il delicato equilibrio tra innovazione e memoria, mostrando come la sostenibilità urbana possa radicarsi nella storia e nel paesaggio culturale del Paese.
Al centro della narrazione del padiglione il concetto di “intelligens” viene inteso come intelligenza collettiva al servizio della rigenerazione e dell’equilibrio ambientale. Emblematico in questo senso è il progetto della Città Bianca di Baku, un caso virtuoso di riconversione urbana: un’ex area industriale, nota storicamente come “Città Nera” per il suo ruolo nella raffinazione del petrolio, si trasforma in un moderno centro sostenibile diventando “Città Bianca”.
Dopo decenni di sfruttamento intensivo del suolo e degrado ambientale della baia di Baku, l’intervento di riqualificazione— avviato con un piano d’azione ambientale varato nel 2006 dal presidente Ilham Aliyev — segna una rinascita ecologica e urbanistica. Il padiglione ce lo racconta dimostrando come l’Azerbaigian stia costruendo un futuro verde senza rinunciare alla propria identità, offrendo un precedente concreto e ambizioso, da cui molti potrebbero — e dovrebbero — prendere esempio.

Azerbaijan Pavilion Biennale di Venezia, 2025. Photo © Ugo Carmeni1 / 11
Azerbaijan Pavilion Biennale di Venezia, 2025. Photo © Ugo Carmeni
Victory Park. Credits Adil Yusifov.2 / 11
Victory Park. Credits Adil Yusifov.
Zangilan Mosque. Credits to Heydar Aliyev Foundation3 / 11
Zangilan Mosque. Credits to Heydar Aliyev Foundation
Azerbaijan Pavilion Biennale di Venezia, 2025. Photo © Ugo Carmeni4 / 11
Azerbaijan Pavilion Biennale di Venezia, 2025. Photo © Ugo Carmeni
Beyti Beytak. My Home is Your Home. La mia casa è la tua casa_Photo by Giuseppe Miotto - Marco Cappelletti Studio5 / 11
Beyti Beytak. My Home is Your Home. La mia casa è la tua casa_Photo by Giuseppe Miotto - Marco Cappelletti Studio
Floral patterns motifs, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design6 / 11
Floral patterns motifs, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design
Khanjar, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design7 / 11
Khanjar, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design
Omani window grilles, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design8 / 11
Omani window grilles, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design
Togo Pavilion, Biennale 2025. Photo © Matteo Losurdo9 / 11
Togo Pavilion, Biennale 2025. Photo © Matteo Losurdo
Traces, Oman Pavilion V, Courtesy of Sultanate of Oman10 / 11
Traces, Oman Pavilion V, Courtesy of Sultanate of Oman
Traces, Oman Pavilion V, Courtesy of Sultanate of Oman11 / 11
Traces, Oman Pavilion VII, Courtesy of Sultanate of Oman
Azerbaijan Pavilion Biennale di Venezia, 2025. Photo © Ugo Carmeni
Victory Park. Credits Adil Yusifov.
Zangilan Mosque. Credits to Heydar Aliyev Foundation
Azerbaijan Pavilion Biennale di Venezia, 2025. Photo © Ugo Carmeni
Beyti Beytak. My Home is Your Home. La mia casa è la tua casa_Photo by Giuseppe Miotto - Marco Cappelletti Studio
Floral patterns motifs, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design
Khanjar, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design
Omani window grilles, elements of inspiration for the Omani Pavilion space and design
Togo Pavilion, Biennale 2025. Photo © Matteo Losurdo
Traces, Oman Pavilion V, Courtesy of Sultanate of Oman
Traces, Oman Pavilion V, Courtesy of Sultanate of Oman

Qatar – Beyti Beytak. My Home is Your Home. La mia casa è la tua

Uno dei padiglioni più attesi della Biennale è senza dubbio quello del Qatar, tanto discusso quanto significativo per la svolta storica che rappresenta: dopo trent’anni, una nuova nazione entra nei Giardini, cuore simbolico dell’Esposizione. È qui, nel luogo dove dal prossimo anno troverà spazio il padiglione permanente del Qatar, su progetto di Lina Ghotmeh che si trova una delle due sedi del padiglione. Si tratta del Community Centre, una struttura temporanea in bambù e fronde di palma progettata dall’architetta pakistana Yasmeen Lari, pioniera della “de-architettura”, un approccio radicale basato su sostenibilità, tecniche vernacolari e impatto minimo. Il tema centrale è l’ospitalità, intesa come incontro e condivisione, tema che prosegue arricchendosi anche nelle sale di Palazzo Franchetti. Curata da Aurélien Lemonier e Sean Anderson, l’esposizione riunisce oltre trenta architetti da Medio Oriente, Nord Africa e Asia meridionale, esplorando ottantacinque anni di spazi di accoglienza: dalla casa all’oasi, dal museo al giardino. Una riflessione sull’ospitalità come valore civico, etico e architettonico. Un debutto forte, che segna l’ingresso del Qatar nel dialogo culturale globale.

Repubblica del Togo – Considering Togo’s Architectural Heritage

Debutta alla Biennale anche la Repubblica del Togo, con il progetto Considering Togo’s Architectural Heritage, a cura di Studio NEiDA e su iniziativa di Sonia Lawson, direttrice del Palais de Lomé. Le curatrici tracciano un percorso che esorta riscoprire e valorizzare la memoria architettonica del togolese, invitando a rispettare il passato per affrontare con consapevolezza le sfide del presente. La mostra esplora un patrimonio architettonico che spazia dalle antiche costruzioni in argilla, doloroso retaggio della schiavitù, fino alle audaci sperimentazioni del modernismo post-indipendenza. Un’eredità ricca e sorprendente, che racconta l’evoluzione dell’identità del paese e che oggi si rivela come straordinaria fonte di ispirazione per una nuova generazione di architetti e costruttori. Questo viaggio, non solo amplia la nostra comprensione dell’architettura del Togo, ma ci ricorda l’urgenza di conoscere e valorizzare ciò che esiste, come fondamento per progettare un futuro che rispetti le radici storiche e culturali.

Togo Pavilion, Biennale 2025. Photo © Matteo Losurdo
Togo Pavilion, Biennale 2025. Photo © Matteo Losurdo

Sultanato dell’Oman – Traces

Curato dall’architetta Majeda Alhinai, il progetto si articola intorno al concetto di Sablah, il tradizionale spazio comunitario omanita, emblema di un’intelligenza collettiva che nasce dall’ospitalità e crea le condizioni perché ogni voce possa essere ascoltata e valorizzata. Il padiglione propone un’architettura che reinterpreta le strutture civiche informali dell’Oman per adattarle alle esigenze della vita pubblica contemporanea. Realizzato in alluminio grezzo, include pannelli perforati che richiamano la forma della dallah, il tradizionale recipiente utilizzato per servire il caffè arabo, e che si ispirano a pratiche culturali omanite come la tessitura delle foglie di palma e il sistema di irrigazione Falaj. Traces non imita la Sablah, ma la mette in atto con la sua struttura aperta che favorisce il dialogo, la riflessione e il movimento. Non ci sono porte né soglie fisse; i visitatori passano attraverso o si fermano liberamente. Lo spazio non impone comportamenti, ma li accoglie e li sostiene. Il progetto riflette la visione dell’Oman per il 2040, mettendo in dialogo tradizione, innovazione architettonica e sostenibilità culturale.
Caterina Rossi

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L’articolo "I paesi che per la prima volta hanno avuto un padiglione alla Biennale Architettura 2025 di Venezia " è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Il complesso architettonico di Santa Francesca Romana nel quartiere Trastevere, a Roma, è tra i più antichi della città. La sua storia affonda le radici nel Medioevo, con la famiglia Ponziani, per poi ampliarsi con l’architetto Carlo Rainaldi (Roma, 1611 – 1691) e Gian Lorenzo Bernini (Roma, 1598 – 1680), per poi completarsi con Andrea Busiri Vici (Roma, 1818 – 1911) alla fine dell’Ottocento.
Nel XV Secolo nella chiesa viene aperto l’Ospedale dei Ponziani per pellegrini, poveri e malati, su volontà di Santa Francesca Romana, a cui venne poi intitolato il complesso. Ad arricchire la struttura era un ampio giardino che, a metà del Seicento, iniziò ad ospitare opere d’arte. 

Un’area verde che oggi torna protagonista ospitando Altri Venti – Scirocco, l’opera ideata dall’artista Bruna Esposito (Roma, 1960) e prodotta da Studio Stefania Miscetti. Visibile sino al 31 luglio 2025, l’installazione fa parte di un progetto più ampio dedicato alle brezze del sud, invitando il pubblico a un uso più consapevole delle risorse energetiche sostenibili. 

Bruna Esposito AltriVenti - Scirocco 2025 Foto Giorgio Benni
Bruna Esposito AltriVenti – Scirocco 2025 Foto Giorgio Benni

L’opera di Bruna Esposito nel giardino dell’Ospitale Santa Francesca Romana a Roma

“Solo accorciando la distanza tra le persone e gli strumenti che possono contribuire al miglioramento della loro quotidianità, è possibile immaginare un cambiamento in chiave ecologica”. Questo è il pensiero alla base della ricerca dell’artista Bruna Esposito su cui nasce la serie Altri Venti.
Dopo la realizzazione di Ostro (esposta negli spazi di Studio Stefania Miscetti a Roma nel 2020 e attualmente in collezione del Centro per l’arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato), nel giardino dell’Ospitale Santa Francesca Romana prende forma Scirocco. L’opera si compone di un gazebo realizzato con materiali naturali, quali bambù, corde, terra e sementi. Un luogo ospitale e abitato dall’aria mossa da un ventilatore alimentato con energia fotovoltaica, oltre che da un’elica navale, elemento ricorrente nelle opere dell’artista.

Bruna Esposito AltriVenti - Scirocco 2025 Foto Giorgio Benni
Bruna Esposito AltriVenti – Scirocco 2025 Foto Giorgio Benni

Il rapporto tra natura e società nelle opere di Bruna Esposito

Tra le opere di Bruna Esposito che affrontano il complesso rapporto tra natura e società e il risparmio e riciclo consapevole dell’energia e delle risorse spiccano: Two Public Biotoilets (1987-1988), Aureole (1999), Verso Sud (2000), Organic Public Toilets (2003), Venti di rivolta o rivolta dei venti (2009). 

“Altri Venti – Scirocco”: un’opera accogliente come il luogo che la ospita 

“L’Ospitale Santa Francesca Romana è una struttura straordinaria, con un giardino rimasto sospeso nel tempo che parla da sempre di accoglienza”, spiega ad Artribune la gallerista Stefania Miscetti. “L’opera ‘Altri Venti – Scirocco’ parla di incontro, accoglienza e di futuro, pur mantenendo delle radici nel passato, proprio come questo luogo”.  
Valentina Muzi 

Fino al 31 luglio 2025
Altri Venti – Scirocco di Bruna Esposito 
Ospitale Santa Francesca Romana 
Vicolo di Santa Maria in Cappella 6

L’articolo "Nel giardino di un ospedale ottocentesco a Roma arriva un’opera d’arte contemporanea " è apparso per la prima volta su Artribune®.

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