Noviembre 03, 2026

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Alla Galleria Richter Fine Art di Roma, Turning Saints into the Sea — prima personale in questo spazio espositivo dell’artista milanese Lorenza Boisi (1972) — si trasforma in un viaggio immersivo nel cuore dell’acqua, elemento primordiale che incarna la metamorfosi, la memoria e l’autoriflessione. Fino al 16 maggio 2025, le opere di Boisi invitano a confrontarsi con l’inafferrabilità della natura e con l’eterna sfida della pittura: fissare l’effimero, mentre svelano un dialogo intimo tra arte, letteratura e identità.

Lorenza Boisi: acqua come linguaggio e autoritratto

Cuore pulsante della mostra è l’acqua, soggetto ricorrente nella ricerca di Boisi, esplorata nella sua dualità di forza distruttiva e rigenerativa. Liquido informe, ribelle a ogni logica, diventa metafora della vita stessa, del suo flusso inarrestabile e della capacità di dissolvere certezze. Il titolo, tratto da Mr Brightside dei The Killers (2003), evoca un atto paradossale: “mutare i santi nel mare”, trasformare in acqua ogni dogma. Un’impossibilità che Boisi fa propria, sfidando la pittura a catturare l’instabilità di un elemento che sfugge a ogni controllo. Eppure, ogni opera è per l’artista un autoritratto. “Mi intreccio in ogni figura, in ogni gesto”, confessa, trasformando la tela in un diario intimo dove convivono ricordi d’infanzia — traversate a nuoto, l’odore del cloro — e riferimenti colti, dalla pittura barocca alla videoarte. In The Gardner (2022), foglie e gocce si confondono, mentre Hommage (2025) cita Munch e Cézanne in un dialogo tra epoche. “L’acqua conosce tutti i miei segreti”, afferma Boisi, svelando un’anima che fa della trasformazione la sua cifra.

Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella1 / 9
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella2 / 9
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella3 / 9
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Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella4 / 9
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella5 / 9
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella6 / 9
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Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella7 / 9
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Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea, Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella

Gesto, memoria e letteratura nella mostra di Lorenza Boisi a Roma

Le tele di Boisi sono campi di battaglia dove figurativo e astratto si fondono in vortici di segni. Pennellate energiche, tratti rapidi e colori acquosi — rosa evanescenti, celesti profondi, verdi luminescenti — danno vita a forme che nascono e si dissolvono nello stesso istante. Opere come Sink (2025) o Roman Fountain (2025) trasformano oggetti quotidiani in allegorie, mentre in Leda (2025) il mito classico riemerge attraverso un groviglio di linee che ricordano il movimento delle onde. La tecnica — spesso le opere sono eseguite in un’unica seduta — riflette un approccio viscerale: “Dipingo di impulso, inseguendo un’emozione che deve restare viva”, rivela. Questo slancio istintivo, però, è alimentato da una stratificazione culturale. Boisi porta in pittura un bagaglio accademico e un amore per la letteratura, per i libri che “sopravvivono ai secoli” e che definisce “forma dipinta”.

Inquietudine e maturità: l’arte come resistenza

La mostra segna una svolta nella produzione dell’artista. Opere recenti come Ragazzo dell’agro romano (2025) rivelano un linguaggio essenziale: il bianco della tela diventa spazio respiratorio, i tratti si fanno rarefatti. Una maturità che non rinuncia alla sperimentazione, come in A fabric in the studio (2018), ponte tra passato e presente con le sue geometrie decise. Dietro questa evoluzione c’è un’esistenza segnata da prove difficili che emerge nella pittura come fiume carsico. Il dolore personale si fa universale attraverso un gesto libero, in corsa contro un “tempo insufficiente”. Nelle tele di Lorenza Boisi miti, libri antichi, oggetti quotidiani si mescolano e si compie come un sortilegio, che trasforma l’effimero in eterno, l’intimo in collettivo.
Luca Vona
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Chiara Dynys - Private Atlas
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La Pop Art di Bruno Bozzetto
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Jago e Caravaggio - Natura Morta
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Baj + Milton “Paradiso Perduto” i paradossi della libertà
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Echoes. Origini e rimandi dell'art rock britannico
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Fa molto caldo entrando alle Corderie dell’Arsenale. Anziché all’esterno, come avviene di norma, i condizionatori che sovrastano The Third Paradise Perspective – l’installazione con cui Fondazione Pistoletto Cittadellarte partecipa alla Biennale Architettura 2025 – lavorano al contrario e espellono l’aria calda direttamente dentro alla prima sala della Mostra Internazionale curata dall’architetto e ingegnere Carlo Ratti. È un incipit inequivocabile quello di Intelligens. Natural. Artificial. Collective., che lancia subito il suo allarme sulle temperature record che la Terra sta raggiungendo. Non c’è più tempo per soluzioni intermedie, ovvero per proseguire nel segno della mitigazione così com’è stato fin qui. Serve tutta l’intelligenza globale per evitare di soccombere e scomparire. Inclusa quella che fin qui abbiamo indirizzato verso l’esplorazione dello spazio, perché tute e strumenti pensati per gli astronauti potrebbero esserci utili senza spostarci dal pianeta.

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Tre sezioni espositive e un corollario di progetti diffusi a Venezia 

È insieme, in forma corale, che Ratti, il suo team curatoriale e gli oltre 750 partecipanti di quest’anno – un numero, a sua volta, da record – danno vita a una narrazione densa, a tratti densissima di contenuti, input, progetti. Tre sezioni –Natural Intelligence, Artificial Intelligence, Collective Intelligence –, più il conclusivo capitolo OUT, in cui a più riprese i toni foschi della nostra epoca aprono il campo a bagliori di speranza. Le risorse per adattarci al cambiamento epocale che stiamo vivendo esistono; sta però a noi porre le condizioni per perfezionarle, diffonderle, renderle applicabili su vasta scala per renderle efficaci. È questo, in estrema sintesi, il messaggio che si propaga dalla Mostra Internazionale. A volte a fornire traiettorie e soluzioni è la natura stessa, madre generosa di una specie troppe volte ingrata; in altri casi sono invece l’esito di sperimentazioni e intuizioni delle menti più brillanti attive a tutte le latitudini oppure, ancora, provengono dal recupero di conoscenze pregresse, ereditate dalle precedenti generazioni. Siamo tanti su questa Terra, ma non sarà così per sempre. L’impennata demografica avvenuta dal 1650 è efficacemente restituita, con blocchi di biomateriale, in The Other Side of the Hill dalla poliedrica designer Patricia Urquiola, coinvolta nel progetto guidato dal fisico Geoffrey West, dal biologo Roberto Kolter e dai teorici dell’architettura Beatriz Colomina e Mark Wigley. Un’installazione-muro che blocca temporaneamente la vista delle Corderie, salvo poi collassare e smaterializzarsi nel retro, consegnando così il testimone a un’ampia caotica successione di progetti giustapposti in un allestimento non certo di agevole lettura.

Biennale Architettura 2025, Corderie ph Irene Fanizza
Biennale Architettura 2025, Corderie ph Irene Fanizza

I protagonisti della Mostra Internazionale di Carlo Ratti a Venezia 

Nell’exhibition design progettato dello studio Sub, diretto da Niklas Bildstein Zaar, si può identificare un doppio registro: lungo le pareti si susseguono infinite decine di interventi architettonici “canonici”, esposti con modalità classiche e prevalentemente su supporti bidimensionali: delle schede. Gli spazi centrali sono in larga parte destinati invece agli interventi installativi tridimensionali, anche di dimensioni notevoli e sovente gli uni affastellati sugli altri. Come Domino 3.0 / Generated Living Structure, esito delle ricerche di Kengo Kuma And Associates, Sekisui House – Kuma Lab & Iwasawa Lab e Ejiri Structural Engineers che intreccia falegnameria giapponese e intelligenza artificiale per affermare il ruolo del legno irregolare come materiale strutturale. Accanto ai contrappunti urbani, che dimostrano come da Kuala Lumpur, con il progetto sull’impermeabilizzazione dei terreni, fino a Milano, intesa come serbatoio di risorse per costruire con i materiali rintracciati in zone in disuso o nei cantieri, si approda ad un focus sui materiali, riuscito nei contenuti e anche qui terribilmente denso nella restituzione al pubblico che si trova al cospetto di un display più da showroom che da mostra. Il risultato è una sorta di tour internazionale in cui tutto sembra potenzialmente poter contribuire al futuro dell’edilizia, rifiuti naturali in primis. Si va dai mattoni in sterco di elefante della scenografica Elephant Chapel di Boonserm Premthada alla versatile fibra di banana, che consentirebbe di utilizzare i residui della coltivazione del frutto più consumato al mondo. Senza tralasciare le alghe marine, impiegabili ieri come oggi non solo per catturare anidride carbonica, ma anche come forma di bio-packaging, proprio come avveniva a Venezia nel trasporto dei capolavori in vetro oppure in Grecia, con le ceramiche. 

Biennale Architettura 2025, Corderie ph Irene Fanizza
Biennale Architettura 2025, Corderie ph Irene Fanizza

Risorse naturali e artificiali per costruire e ricostruire il pianeta

In Artificial Intelligence DNA vegetale, tessuti biodegradabili, cianobatteri e cenere degli cenere dagli incendi di Los Angeles cedono il passo alla sezione probabilmente più interattiva e orientata al futuro delle Corderie. Dopo l’esemplare di robot antropomorfo, dotato di movimento, linguaggio, percezione, con cui è possibile sperimentare primordiali forme di interazione e testimonianze video sulla Venezia di domani, raccolte da Matteo Cibic nella sua installazione, è l’Ucraina a ricollocarci in una delle crisi più drammatiche del presente. Kateryna Lopatiuk, Herman Mitish, Roman Puchko, Oleksandr Sirous e Orest Yaremchuk attraverso la computer vision mappano le città distrutte dalla guerra nel loro Paese, provando a identificare e raccogliere i materiali già a disposizione per l’agognata ricostruzione. 

Biennale Architettura 2025, Corderie ph Irene Fanizza
Biennale Architettura 2025, Corderie ph Irene Fanizza

Biennale di Architettura 2025: un laboratorio vivente 

Come ampiamente annunciato, quest’anno la Mostra Internazionale si espande oltre le sue solite sedi, assumendo la forma di un laboratorio vivente per sopperire alla temporanea assenza del Padiglione Centrale. Un’intuizione, questa di Ratti, che potrebbe rivelarsi come un punto di forza dell’intero progetto espositivo, introducendo una sequenza di sollecitazioni che spezzano il ritmo e generano micro-aree di sosta, riposo e riflessione, spingendo il tema in ulteriori direzioni. Dalla provocazione di “bere Venezia”, purificando l’acqua della Laguna fino a renderla adatta alla preparazione di un espresso, alla cucina solare per le aree disagiate del pianeta non raggiunte dall’approvvigionamento energetico, fino alla poetica Lithic Chords di Maetherea, con Fondazione Pinuccio Sciola. Notevole il prototipo abitativo progettato per vivere in autonomia nel deserto di Atacama fino a due mesi e già fotografatissimo The Gateway to Venice’s Waterways, Envisioning Future Urban Mobility, il progetto di Porsche in collaborazione con il team della Norman Foster Foundation (al quale dedicheremo uno specifico approfondimento). Infine, come da tradizione, le didascalie: Intelligens. Natural. Artificial. Collective. accetta il contributo dell’AI nei testi esplicativi esposti in mostra, così che i contenuti redatti dai partecipanti sono seguiti da riassunti affidati all’intelligenza artificiale.

Valentina Silvestrini

L’articolo "Apre la Biennale Architettura 2025: 750 progetti compressi nello spazio dell’Arsenale per parlare di clima" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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Quando Giorgia Zanellato e Daniele Bortotto hanno cominciato a riflettere sull’orizzonte come  filo tematico per la loro interpretazione del Brera Design Apartment, una delle prime cose che hanno fatto è stato consultare la libreria fotografica dei loro cellulari. Ci hanno trovato centinaia di immagini scattate per lo più in viaggio, diversissime tra loro per grana della luce, colori e prospettiva. “Questo ci ha stupiti fino a un certo punto, perché fotografare l’orizzonte è un gesto molto comune, lo facciamo tutti quasi senza accorgercene”, spiega la metà maschile dello studio Zanellato/Bortotto. “Per noi è stato interessante, e curioso, esplorare questo  argomento perché da sempre riveste una grande importanza per l’uomo, come strumento per la navigazione e la scoperta ma anche come soggetto per gli artisti. Lo abbiamo tradotto in una linea che percorre tutto l’appartamento, dall’inizio alla fine, e non divide ma connette tra loro gli ambienti in sintonia con il tema «Mondi connessi» del Fuorisalone e del Brera Design District”. 

L’appartamento-manifesto del duo Zanella/Bortotto e le sue fonti di ispirazione

Visitare l’appartamento di Via Palermo, nel cuore di Brera, è un po’ come fare un tuffo nel mondo del duo di designer che si è fatto conoscere nel 2013 portando al Salone Satellite Acqua Alta, una collezione di lampade, tappeti e altri oggetti in vetro di Murano e tessuto frutto dell’osservazione di uno dei fenomeni naturali più tipici di Venezia e dei suoi effetti. Lo è, innanzi tutto, perché ognuna delle stanze trae ispirazione da uno dei loro luoghi del cuore, fissati nella memoria oppure filtrati attraverso lo sguardo di fotografi e artisti: la campagna emiliana di Luigi Ghirri, tradotta in campiture piatte di colori pastello, Venezia con i riflessi del sole sulla laguna e il suo caìgo, la tipica nebbia che rende tutto ovattato nascondendo l’orizzonte, il deserto rosso della Namibia, le pendici dell’Etna. Ma anche per via dei libri e dei piccoli oggetti e ninnoli personali che  Zanellato e Bortotto hanno disseminato un po’ ovunque come le molliche di pane di Hansel e Gretel e per le opere d’arte selezionate dai progettisti in base a una serie di affinità elettive (per esempio Giuditta Verdrame, con i suoi collage di mappe e planisferi che disegnano mondi possibili), scelte nella collezione della Galleria Luisa Delle Piane o individuate con l’aiuto del direttore artistico di Miart Nicola Ricciardi. Non ultimi, infine, gli arredi e le finiture che come tutto il resto raccontano storie: quelle della loro concezione e del loro sviluppo insieme alle aziende partner del progetto. Un esempio è la poltroncina Clay disegnata per Moroso, che integra nello schienale una lastra di ceramica realizzata a mano nel distretto storico di Nove, vicino a Vicenza, e decorata con smalti e lustri preziosi.

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BRERA DESIGN APARTMENT, ORIZZONTI BY ZANELLATO/BORTOTTO. PH: VALENTINA SOMMARIVA

Un orizzonte diverso per ogni stanza

L’orizzonte è una presenza costante nelle stanze dell’appartamento, dove si comporta esattamente come fa nel mondo fuori. Può apparire nitido oppure sfocato, offuscato dagli elementi atmosferici. Anche la sua altezza è variabile perché dipende dalla posizione dell’osservatore. “La nostra linea immaginaria è posizionata a un’altezza di un metro e otto centimetri, però siamo consapevoli che chi entra non la vedrà per forza come la vediamo noi. Una delle prime domande che ci siamo posti all’inizio di questo lavoro è stata: come rappresentano l’orizzonte gli artisti? C’è un’altezza predefinita? Ci siamo accorti che non esistono regole”, spiega ancora Daniele Bortotto. In cucina, le campiture nette di colore, un giallo chiaro, che ricoprono il pavimento e salgono a parete fino a 1,08 metri evocano la luce rarefatta tipica di alcuni scatti di Ghirri ambientati lungo il corso del Po e raccolti nel libro Il profilo delle nuvole (Feltrinelli, 1989), mentre le piastrelle di Chiara Andreatti per Botteganove, usate come rivestimento per il bancone, e la parete tessile di Bolzan richiamano la texture delle spighe di grano. 

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BRERA DESIGN APARTMENT, ORIZZONTI BY ZANELLATO/BORTOTTO. PH: VALENTINA SOMMARIVA
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BRERA DESIGN APARTMENT, ORIZZONTI BY ZANELLATO/BORTOTTO. PH: VALENTINA SOMMARIVA
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BRERA DESIGN APARTMENT, ORIZZONTI BY ZANELLATO/BORTOTTO. PH: VALENTINA SOMMARIVA
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BRERA DESIGN APARTMENT, ORIZZONTI BY ZANELLATO/BORTOTTO. PH: VALENTINA SOMMARIVA
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BRERA DESIGN APARTMENT, ORIZZONTI BY ZANELLATO/BORTOTTO. PH: VALENTINA SOMMARIVA
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La sala da pranzo e il living: luci e sfumature della laguna veneziana

Nella sala da pranzo, la linea dell’orizzonte diventa ariosa e sfumata, pronta a dissolversi in pennellate quasi impressioniste. Il riferimento è alla laguna veneziana e alle sue barene, le terre basse e gli isolotti periodicamente sommersi dalla marea. Le piastrelle scelte dai designer per vestire una parete si chiamano proprio così, Barene, e ricreano i riflessi della luce sull’acqua grazie alle loro componenti metalliche. La zona living è dominata dal caìgo, cioè dalla nebbia che in certi momenti dell’anno avvolge Venezia e di tanto in tanto si apre lasciando intravvedere un arcobaleno (qui proiettato dalla lampada da tavolo vintage Arc en Ciel di Andrea Bellosi per Studio Alchimia). Si entra in una dimensione più eterea, l’orizzonte non si vede ma va immaginato e a indicare la sua posizione arriva una mensola poco profonda che serve da supporto a quadri e fotografie. 

La camera da letto e il bagno: tramonti infuocati e lava

In camera da letto, l’ispirazione seguita da Zanellato e Bortotto è quella di un tramonto africano  immortalato durante un viaggio in Namibia. Il protagonista assoluto di questo ambiente, il letto disegnato per Bolzan, è emblematico delle ricerche sulle tinture naturali e non convenzionali che il duo creativo porta avanti da diversi anni. La sua struttura in ferro battuto è, infatti, colorata con pigmenti naturali, aniline e terre applicate manualmente e fissate con cera d’api. “In questo modo riusciamo a ottenere tantissime tonalità, tranne il nero assoluto che continua a sfuggirci” interviene Giorgia Zanellato. “Naturalmente ci possono essere delle imperfezioni, e ogni pezzo sarà leggermente diverso dagli altri. Questo però non ci impensierisce, anzi, è un effetto che ricerchiamo quasi sempre nel nostro lavoro”. In bagno, le tessere di micromosaico grigio antracite posate in maniera irregolare e non ortogonale ricreano il profilo della “Muntagna”, l’Etna, e la resina prodotta da Rezina a pavimento incorpora polveri vulcaniche. Il corridoio che connette tra loro le stanze, infine, ha il blu acceso del cielo al tramonto visto dal finestrino di un aereo, attraversato da una linea arancione. Il percorso si chiude con un portale dall’aspetto enigmatico: si tratta, in realtà, di una lampada di Davide Groppi che lascia immaginare la possibilità di evadere rifugiandosi in un’altra dimensione o in un generico altrove. “Per noi è un’apertura su ciò che sta oltre l’orizzonte. Qualcosa che non conosciamo e che ognuno può interpretare a modo suo”, chiariscono i designer.
Giulia Marani
Brera Design Apartment
Milano, via Palermo 1
Visitabile su appuntamento dal 2 al 25 maggio scrivendo a questo indirizzo:
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Da spazio monumentale a spazio dell’abitare, e del vivere: nei giorni del più importante torneo tennistico italiano, gli Internazionali BNL d’Italia, il Foro Italico di Roma si trasforma grazie a un progetto che coniuga arte e design, con nomi di punta italiani e non. È un racconto corale e immersivo, quello che Paesaggi, il progetto espositivo curato da Giorgio Galotti e Claudia Pignatale porta al tempio del tennis italiano (e uno dei più amati a livello globale) dal 6 al 18 maggio 2025, trasfigurandolo in una galleria a cielo aperto tra natura, storia e arte.

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“Paesaggi” al Foro Italico di Roma: il percorso

Gli artisti e designer coinvolti sono Alfredo Pirri, Alice Guareschi, BRH+, Duccio Maria Gambi, Flavio Favelli, Federico Maddalozzo, Front Design, Johannes Thorpe, Jonathan Olivares, Marco Pettinari, Marco Ripa, Matteo Cibic, Millim Studio, Patricia Urquiola, e Ron Arad.
Il percorso inizia dal Parco del complesso sportivo alla base di Monte Mario, passa attraverso la Sala delle armi di Luigi Moretti e arriva fino alle lounge delle Corporate hospitality. Dall’ingresso, e fino allo Stadio dei Marmi, sono le frasi metalliche sospese di Alice Guareschi ad accompagnare pubblico e atleti, da Single points that form different lines that make news figures a It is about time. Come dopo un’apocalisse, compare sul Ponte dei Campioni la scritta Foro Italico, opera di Federico Maddalozzo: consumata, si fa segno materiale del passare del tempo, in un luogo dove la linea di continuità con il passato pre e postbellico di Roma sembra quasi ininterrotta. Poi, sempre all’aperto, è la volta dei misteriosi marmi glifati Memories of another future di Duccio Maria Gambi e dei vasi antropomorfi Garden Guru di Matteo Cibic per Stiga, parte del suo bestiario utopico.

“Paesaggi” al Foro Italico di Roma: dentro la Sala delle Armi

Arriviamo, nella Sala delle Armi, al clou del percorso: l’intervento di Alfredo Pirri sono trecento metri di specchi infranti, posti sul pavimento a comporre Passi, un’opera già prodotta dall’artista per diverse istituzioni e qui riproposta in versione 2025 in dialogo con le architetture razionaliste di Luigi Moretti. Ad accompagnare l’installazione, sulla parete, delle visioni in blu. Appoggiato sull’installazione, ad ammorbidirne l’impatto, il divano Gruuvelot di Patricia Urquiola per Moroso e gli sgabelli di Marco Ripa.

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“Paesaggi” al Foro Italico di Roma: le lounge intorno allo Stadio Centrale

Infine, si arriva alle lounge intorno allo Stadio Centrale. Torna Maddalozzo, con i suoi pezzi di carrozzerie avvolte in carta luccicante, insieme al tavolo Mostro in marmo rosa peralba e travertino di BRH+ per MMOOS. Sempre nelle lounge, Ron Arad apre a un ambiente domestico pixelato con la sua composizione di divani Dolorez per Moroso, accostata ai coffee table torniti a mano in alluminio Metallique di Millim Studio. Nella sala Montemario Nord compaiono quindi i tavolini in plexiglass Ishizumi di Marco Pettinari, di ispirazione giapponese, mentre nella Lounge Autorità i collage di Flavio Favelli trasformano gli incartamenti di cioccolatini in costellazioni astratte.
Giulia Giaume

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Arrivando a Remedello di Sopra, in provincia di Brescia, si scorge l’apertura di una cancellata, che lascia intravedere un’incredibile meraviglia: La città ideale, dal sogno di Roberto Scalmana. Lunedì di Pasqua 2025 ho appuntamento con Roberto per vedere questo luogo che ho scoperto ormai due anni fa, da un post pubblicato su Instagram.

La città ideale di Roberto Scalmana

Entrando nella residenza di Roberto si dispiega alla vista una incredibile città in miniatura (in scala 1:25) costruita nel giardino della sua casa. Roberto, ingegnere di 42 anni, mi racconta che sua madre, di origine tedesca, profonda conoscitrice dell’arte italiana, gli ha trasmesso fin da piccolo la passione per la storia dell’arte, in particolare per le architetture italiane, attraverso gli affreschi di Giotto e le vedute del Canaletto. Sfogliando i libri della biblioteca della madre, ha costruito la sua prima casa all’età di dodici anni e poi, a partire dal 2000, ha creato in maniera rigorosa e dettagliata un’intera città fatta di cemento, utilizzando oltre 150 tonnellate di materiale da costruzione.

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La stratificazione stilistica dell’opera di Roberto Scalmana

Quel che emerge fin da subito è la solidità delle costruzioni, create con tanto di fondamenta e impianti fognari, dentro i quali scorre l’acqua che, nascendo da una cascata artificiale, attraversa i fiumi articolati che bagnano la città. Fedele alla storia dell’arte, ci mostra che le città sono fatte di stratificazioni, un amalgamarsi delle epoche storiche, così alle chiese medievali si affiancano gli edifici rinascimentali e le rovine romane. Gli edifici ci ricordano luoghi che abbiamo visto in Italia, ma nessuno di essi è la copia esatta di qualcosa di esistente, quanto un prodotto della fantasia dell’autore che ha rielaborato nel tempo le bellezze delle città italiane. Il luogo diviene città ideale in quanto somma e sintesi dei luoghi che siamo abituati ad attraversare in Italia, la nazione che conta più siti Unesco al mondo.

Roberto Scalmana e la passione per il dettaglio

C’è una luce negli occhi di Roberto mentre racconta la sua creazione, alla quale dedica tutto il tempo che ha a disposizione al di fuori del lavoro; la sera spesso si siede in giardino ad immaginare la città che diventa viva. Anche la parte boschiva ha dell’incredibile: alberi veri, piantati e curati in modo tale da rimanere piccoli, mantenendo le proporzioni corrette nel contesto della città. Con la macchina fotografica attraverso la città dai lati in cui si può entrare, toccando il tetto degli edifici, abbassandomi per guardare dentro alle finestre e lo stupore continua, nel vedere gli interni delle chiese altamente realistici, pieni di dettagli, mentre Roberto mi racconta che ora sta lavorando agli affreschi. Rimango a pranzo con la famiglia di Roberto, la casa in cui è nato è piena di quadri, incisioni e libri di storia dell’arte. Per ora questo luogo è visitabile su richiesta, ma è nelle intenzioni del suo inventore trasformarlo in un museo.
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Silvia Camporesi
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