Alla Galleria Richter
Fine Art di Roma, Turning Saints into the Sea — prima
personale in questo spazio espositivo dell’artista milanese
Lorenza
Boisi (1972) — si trasforma in un viaggio immersivo nel cuore
dell’acqua, elemento primordiale che incarna la metamorfosi, la
memoria e l’autoriflessione. Fino al 16 maggio 2025, le opere di
Boisi invitano a confrontarsi con l’inafferrabilità della natura e
con l’eterna sfida della pittura: fissare l’effimero, mentre
svelano un dialogo intimo tra arte, letteratura e identità.
Lorenza Boisi: acqua come linguaggio e
autoritratto
Cuore pulsante della mostra è l’acqua, soggetto ricorrente nella
ricerca di Boisi, esplorata nella sua dualità di forza distruttiva
e rigenerativa. Liquido informe, ribelle a ogni logica, diventa
metafora della vita stessa, del suo flusso inarrestabile e della
capacità di dissolvere certezze. Il titolo, tratto da Mr
Brightside dei The Killers (2003), evoca un atto
paradossale: “mutare i santi nel mare”, trasformare in
acqua ogni dogma. Un’impossibilità che Boisi fa propria, sfidando
la pittura a catturare l’instabilità di un elemento che sfugge a
ogni controllo. Eppure, ogni opera è per l’artista un autoritratto.
“Mi intreccio in ogni figura, in ogni gesto”, confessa,
trasformando la tela in un diario intimo dove convivono
ricordi d’infanzia — traversate a nuoto, l’odore
del cloro — e riferimenti colti, dalla pittura
barocca alla videoarte. In The Gardner (2022), foglie e
gocce si confondono, mentre Hommage (2025) cita Munch e
Cézanne in un dialogo tra epoche. “L’acqua conosce tutti i miei
segreti”, afferma Boisi, svelando un’anima che fa della
trasformazione la sua cifra.
1
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella2
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella3
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella4
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella5
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella6
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella7
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella8
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella9
/ 9Lorenza Boisi, Turning Saints into the Sea,
Installation view, Galleria Richter Fine Art, Courtesy Richter Fine
Art, Roma, Photo Eleonora Cerri Pecorella
Gesto, memoria e letteratura nella
mostra di Lorenza Boisi a Roma
Le tele di Boisi sono campi di battaglia dove figurativo
e astratto si fondono in vortici di segni. Pennellate
energiche, tratti rapidi e colori acquosi — rosa evanescenti,
celesti profondi, verdi luminescenti — danno vita a forme che
nascono e si dissolvono nello stesso istante. Opere come
Sink (2025) o Roman Fountain (2025) trasformano
oggetti quotidiani in allegorie, mentre in Leda (2025) il
mito classico riemerge attraverso un groviglio di
linee che ricordano il movimento delle onde. La tecnica — spesso le
opere sono eseguite in un’unica seduta — riflette un approccio
viscerale: “Dipingo di impulso, inseguendo un’emozione che deve
restare viva”, rivela. Questo slancio istintivo, però, è
alimentato da una stratificazione culturale. Boisi
porta in pittura un bagaglio accademico e un amore per la
letteratura, per i libri che “sopravvivono ai secoli” e
che definisce “forma dipinta”.
Inquietudine e maturità: l’arte come
resistenza
La mostra segna una svolta nella produzione
dell’artista. Opere recenti come Ragazzo dell’agro
romano (2025) rivelano un linguaggio essenziale: il bianco
della tela diventa spazio respiratorio, i tratti si fanno
rarefatti. Una maturità che non rinuncia alla
sperimentazione, come in A fabric in the
studio (2018), ponte tra passato e presente con le sue
geometrie decise. Dietro questa evoluzione c’è un’esistenza segnata
da prove difficili che emerge nella pittura come fiume carsico. Il
dolore personale si fa universale attraverso un
gesto libero, in corsa contro un “tempo insufficiente”. Nelle tele
di Lorenza Boisi miti, libri antichi, oggetti quotidiani si
mescolano e si compie come un sortilegio, che trasforma l’effimero
in eterno, l’intimo in collettivo. Luca Vona Libri consigliati:
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Fa molto caldo entrando alle Corderie dell’Arsenale. Anziché
all’esterno, come avviene di norma, i condizionatori che
sovrastano The Third Paradise Perspective –
l’installazione con cui Fondazione Pistoletto Cittadellarte
partecipa alla Biennale Architettura 2025 – lavorano al contrario e
espellono l’aria calda direttamente dentro alla prima sala della
Mostra Internazionale curata dall’architetto e
ingegnere Carlo
Ratti. È un incipit inequivocabile quello
di Intelligens. Natural. Artificial. Collective., che
lancia subito il suo allarme sulle temperature record che la Terra
sta raggiungendo. Non c’è più tempo per soluzioni intermedie,
ovvero per proseguire nel segno della mitigazione così com’è stato
fin qui. Serve tutta l’intelligenza globale per evitare di
soccombere e scomparire. Inclusa quella che fin qui abbiamo
indirizzato verso l’esplorazione dello spazio, perché tute e
strumenti pensati per gli astronauti potrebbero esserci utili senza
spostarci dal pianeta.
Tre sezioni espositive e un
corollario di progetti diffusi a Venezia
È insieme, in forma corale, che Ratti, il suo team curatoriale e
gli oltre 750 partecipanti di quest’anno – un numero, a sua volta,
da record – danno vita a una narrazione densa, a tratti densissima
di contenuti, input, progetti. Tre sezioni –Natural
Intelligence, Artificial Intelligence, Collective
Intelligence –, più il conclusivo
capitolo OUT, in cui a più riprese i toni foschi
della nostra epoca aprono il campo a bagliori di speranza. Le
risorse per adattarci al cambiamento epocale che stiamo vivendo
esistono; sta però a noi porre le condizioni per perfezionarle,
diffonderle, renderle applicabili su vasta scala per renderle
efficaci. È questo, in estrema sintesi, il messaggio che si propaga
dalla Mostra Internazionale. A volte a fornire traiettorie e
soluzioni è la natura stessa, madre generosa di una specie troppe
volte ingrata; in altri casi sono invece l’esito di sperimentazioni
e intuizioni delle menti più brillanti attive a tutte le latitudini
oppure, ancora, provengono dal recupero di conoscenze pregresse,
ereditate dalle precedenti generazioni. Siamo tanti su questa
Terra, ma non sarà così per sempre. L’impennata demografica
avvenuta dal 1650 è efficacemente restituita, con blocchi di
biomateriale, in The Other Side of the
Hill dalla poliedrica designer Patricia
Urquiola, coinvolta nel progetto guidato dal
fisico Geoffrey
West, dal biologo Roberto
Kolter e dai teorici
dell’architettura Beatriz Colomina
e Mark Wigley. Un’installazione-muro che
blocca temporaneamente la vista delle Corderie, salvo poi
collassare e smaterializzarsi nel retro, consegnando così il
testimone a un’ampia caotica successione di progetti giustapposti
in un allestimento non certo di agevole lettura.
I protagonisti della Mostra
Internazionale di Carlo Ratti a Venezia
Nell’exhibition design progettato dello
studio Sub, diretto da Niklas
Bildstein Zaar, si può identificare un doppio
registro: lungo le pareti si susseguono infinite decine di
interventi architettonici “canonici”, esposti con modalità
classiche e prevalentemente su supporti bidimensionali: delle
schede. Gli spazi centrali sono in larga parte destinati invece
agli interventi installativi tridimensionali, anche di dimensioni
notevoli e sovente gli uni affastellati sugli altri.
Come Domino 3.0 / Generated Living Structure, esito
delle ricerche di Kengo Kuma And
Associates, Sekisui House – Kuma Lab & Iwasawa Lab e Ejiri
Structural Engineers che intreccia falegnameria
giapponese e intelligenza artificiale per affermare il ruolo del
legno irregolare come materiale strutturale. Accanto ai
contrappunti urbani, che dimostrano come da Kuala Lumpur, con il
progetto sull’impermeabilizzazione dei terreni, fino a Milano,
intesa come serbatoio di risorse per costruire con i materiali
rintracciati in zone in disuso o nei cantieri, si approda ad un
focus sui materiali, riuscito nei contenuti e anche qui
terribilmente denso nella restituzione al pubblico che si trova al
cospetto di un display più da showroom che da mostra. Il
risultato è una sorta di tour internazionale in cui tutto sembra
potenzialmente poter contribuire al futuro dell’edilizia, rifiuti
naturali in primis. Si va dai mattoni in sterco di elefante della
scenografica Elephant Chapel di Boonserm
Premthada alla versatile fibra di banana, che consentirebbe di
utilizzare i residui della coltivazione del frutto più consumato al
mondo. Senza tralasciare le alghe marine, impiegabili ieri
come oggi non solo per catturare anidride carbonica, ma anche come
forma di bio-packaging, proprio come avveniva a Venezia nel
trasporto dei capolavori in vetro oppure in Grecia, con le
ceramiche.
Risorse naturali e artificiali
per costruire e ricostruire il pianeta
In Artificial Intelligence DNA vegetale,
tessuti biodegradabili, cianobatteri e cenere degli cenere dagli
incendi di Los Angeles cedono il passo alla sezione probabilmente
più interattiva e orientata al futuro delle Corderie. Dopo
l’esemplare di robot antropomorfo, dotato di movimento,
linguaggio, percezione, con cui è possibile sperimentare
primordiali forme di interazione e testimonianze video sulla
Venezia di domani, raccolte da Matteo Cibic nella sua
installazione, è l’Ucraina a ricollocarci in una delle crisi più
drammatiche del presente. Kateryna Lopatiuk, Herman
Mitish, Roman Puchko, Oleksandr Sirous e Orest
Yaremchuk attraverso la computer vision mappano le
città distrutte dalla guerra nel loro Paese, provando a
identificare e raccogliere i materiali già a disposizione per
l’agognata ricostruzione.
Biennale di Architettura 2025:
un laboratorio vivente
Come ampiamente annunciato, quest’anno la Mostra Internazionale
si espande oltre le sue solite sedi, assumendo la forma di un
laboratorio vivente per sopperire alla temporanea assenza del
Padiglione Centrale. Un’intuizione, questa di Ratti, che potrebbe
rivelarsi come un punto di forza dell’intero progetto espositivo,
introducendo una sequenza di sollecitazioni che spezzano il ritmo e
generano micro-aree di sosta, riposo e riflessione, spingendo il
tema in ulteriori direzioni. Dalla provocazione di “bere Venezia”,
purificando l’acqua della Laguna fino a renderla adatta alla
preparazione di un espresso, alla cucina solare per le aree
disagiate del pianeta non raggiunte dall’approvvigionamento
energetico, fino alla poetica Lithic
Chords di Maetherea, con Fondazione
Pinuccio Sciola. Notevole il prototipo abitativo progettato per
vivere in autonomia nel deserto
di Atacama fino a due mesi e già
fotografatissimo The Gateway to Venice’s Waterways,
Envisioning Future Urban Mobility, il progetto
di Porsche in collaborazione con il team
della Norman Foster Foundation (al quale
dedicheremo uno specifico approfondimento). Infine, come da
tradizione, le didascalie: Intelligens. Natural.
Artificial. Collective. accetta il contributo dell’AI nei
testi esplicativi esposti in mostra, così che i contenuti redatti
dai partecipanti sono seguiti da riassunti affidati
all’intelligenza artificiale.
Quando Giorgia Zanellato e Daniele
Bortotto hanno cominciato a riflettere sull’orizzonte
come filo tematico per la loro interpretazione del
Brera Design Apartment, una delle prime cose che
hanno fatto è stato consultare la libreria fotografica dei loro
cellulari. Ci hanno trovato centinaia di immagini scattate per lo
più in viaggio, diversissime tra loro per grana della luce, colori
e prospettiva. “Questo ci ha stupiti fino a un certo punto,
perché fotografare l’orizzonte è un gesto molto comune, lo facciamo
tutti quasi senza accorgercene”, spiega la metà maschile dello
studio Zanellato/Bortotto. “Per noi è stato interessante, e
curioso, esplorare questo argomento perché da sempre riveste
una grande importanza per l’uomo, come strumento per la navigazione
e la scoperta ma anche come soggetto per gli artisti. Lo abbiamo
tradotto in una linea che percorre tutto l’appartamento,
dall’inizio alla fine, e non divide ma connette tra loro gli
ambienti in sintonia con il tema «Mondi connessi» del Fuorisalone e
del Brera Design District”.
L’appartamento-manifesto del duo
Zanella/Bortotto e le sue fonti di ispirazione
Visitare l’appartamento di Via Palermo, nel
cuore di Brera, è un po’ come fare un tuffo nel mondo del duo di
designer che si è fatto conoscere nel 2013 portando al Salone
Satellite Acqua Alta, una collezione di lampade, tappeti e
altri oggetti in vetro di Murano e tessuto frutto dell’osservazione
di uno dei fenomeni naturali più tipici di Venezia e dei suoi
effetti. Lo è, innanzi tutto, perché ognuna delle stanze
trae ispirazione da uno dei loro luoghi del cuore, fissati nella
memoria oppure filtrati attraverso lo sguardo di fotografi e
artisti: la campagna emiliana di Luigi
Ghirri, tradotta in campiture piatte di colori pastello,
Venezia con i riflessi del sole sulla laguna e il suo
caìgo, la tipica nebbia che rende tutto ovattato
nascondendo l’orizzonte, il deserto rosso della Namibia, le pendici
dell’Etna. Ma anche per via dei libri e dei piccoli oggetti e
ninnoli personali che Zanellato e Bortotto hanno disseminato
un po’ ovunque come le molliche di pane di Hansel e Gretel e per le
opere d’arte selezionate dai progettisti in base a una serie di
affinità elettive (per esempio Giuditta Verdrame,
con i suoi collage di mappe e planisferi che disegnano mondi
possibili), scelte nella collezione della Galleria Luisa
Delle Piane o individuate con l’aiuto del direttore
artistico di Miart Nicola Ricciardi. Non ultimi,
infine, gli arredi e le finiture che come tutto il resto
raccontano storie: quelle della loro concezione e del loro
sviluppo insieme alle aziende partner del progetto. Un esempio è la
poltroncina Clay disegnata per Moroso,
che integra nello schienale una lastra di ceramica realizzata a
mano nel distretto storico di Nove, vicino a Vicenza, e decorata
con smalti e lustri preziosi.
BRERA DESIGN APARTMENT,
ORIZZONTI BY ZANELLATO/BORTOTTO. PH: VALENTINA
SOMMARIVA
Un orizzonte diverso per ogni
stanza
L’orizzonte è una presenza costante nelle stanze
dell’appartamento, dove si comporta esattamente come fa nel mondo
fuori. Può apparire nitido oppure sfocato, offuscato dagli
elementi atmosferici. Anche la sua altezza è variabile perché
dipende dalla posizione dell’osservatore. “La nostra linea
immaginaria è posizionata a un’altezza di un metro e otto
centimetri, però siamo consapevoli che chi entra non la vedrà per
forza come la vediamo noi. Una delle prime domande che ci siamo
posti all’inizio di questo lavoro è stata: come rappresentano
l’orizzonte gli artisti? C’è un’altezza predefinita? Ci siamo
accorti che non esistono regole”, spiega ancora Daniele
Bortotto. In cucina, le campiture nette di colore,
un giallo chiaro, che ricoprono il pavimento e salgono a parete
fino a 1,08 metri evocano la luce rarefatta tipica di alcuni scatti
di Ghirri ambientati lungo il corso del Po e raccolti nel libro
Il profilo delle nuvole (Feltrinelli, 1989), mentre le
piastrelle di Chiara Andreatti per
Botteganove, usate come rivestimento per il
bancone, e la parete tessile di Bolzan richiamano
la texture delle spighe di grano.
La sala da pranzo e il living: luci e
sfumature della laguna veneziana
Nella sala da pranzo, la linea dell’orizzonte
diventa ariosa e sfumata, pronta a dissolversi in pennellate quasi
impressioniste. Il riferimento è alla laguna veneziana e alle sue
barene, le terre basse e gli isolotti periodicamente
sommersi dalla marea. Le piastrelle scelte dai designer per vestire
una parete si chiamano proprio così, Barene, e ricreano i
riflessi della luce sull’acqua grazie alle loro componenti
metalliche. La zona living è dominata dal caìgo, cioè
dalla nebbia che in certi momenti dell’anno avvolge Venezia e di
tanto in tanto si apre lasciando intravvedere un arcobaleno (qui
proiettato dalla lampada da tavolo vintage Arc en Ciel di
Andrea Bellosi per Studio Alchimia). Si entra in
una dimensione più eterea, l’orizzonte non si vede ma va immaginato
e a indicare la sua posizione arriva una mensola poco profonda che
serve da supporto a quadri e fotografie.
La camera da letto e il bagno:
tramonti infuocati e lava
In camera da letto, l’ispirazione seguita da
Zanellato e Bortotto è quella di un tramonto africano
immortalato durante un viaggio in Namibia. Il
protagonista assoluto di questo ambiente, il letto
disegnato per Bolzan, èemblematico delle ricerche
sulle tinture naturali e non convenzionali che il duo creativo
porta avanti da diversi anni. La sua struttura in ferro
battuto è, infatti, colorata con pigmenti naturali, aniline e terre
applicate manualmente e fissate con cera d’api. “In questo modo
riusciamo a ottenere tantissime tonalità, tranne il nero assoluto
che continua a sfuggirci” interviene Giorgia Zanellato.
“Naturalmente ci possono essere delle imperfezioni, e ogni
pezzo sarà leggermente diverso dagli altri. Questo però non ci
impensierisce, anzi, è un effetto che ricerchiamo quasi sempre nel
nostro lavoro”. In bagno, le tessere di micromosaico grigio
antracite posate in maniera irregolare e non ortogonale ricreano il
profilo della “Muntagna”, l’Etna, e la resina prodotta da
Rezina a pavimento incorpora polveri vulcaniche.
Il corridoio che connette tra loro le stanze, infine, ha il blu
acceso del cielo al tramonto visto dal finestrino di un aereo,
attraversato da una linea arancione. Il percorso si chiude con un
portale dall’aspetto enigmatico: si tratta, in realtà, di una
lampada di Davide Groppi che lascia immaginare la
possibilità di evadere rifugiandosi in un’altra dimensione o in un
generico altrove. “Per noi è un’apertura su ciò che sta oltre
l’orizzonte. Qualcosa che non conosciamo e che ognuno può
interpretare a modo suo”, chiariscono i designer. Giulia Marani
Brera Design Apartment
Milano, via Palermo 1
Visitabile su appuntamento dal 2 al 25 maggio scrivendo a questo
indirizzo: Esta dirección de correo electrónico está siendo protegida contra los robots de spam. Necesita tener JavaScript habilitado para poder verlo.
Da spazio monumentale a spazio dell’abitare, e del vivere: nei
giorni del più importante torneo tennistico italiano, gli
Internazionali BNL d’Italia, il Foro
Italico di Roma si trasforma grazie a un progetto che
coniuga arte e design, con nomi di punta italiani e non. È un
racconto corale e immersivo, quello che
Paesaggi, il progetto espositivo curato
da Giorgio Galotti e Claudia
Pignatale porta al tempio del tennis italiano (e uno dei
più amati a livello globale) dal 6 al 18 maggio 2025,
trasfigurandolo in una galleria a cielo aperto tra natura, storia e
arte.
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/ 7Paesaggi Photo Studio Eller2
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/ 7Alice Guareschi via Instagram
“Paesaggi” al Foro Italico di Roma: il
percorso
Gli artisti e designer coinvolti sono Alfredo Pirri, Alice
Guareschi, BRH+, Duccio Maria Gambi, Flavio Favelli, Federico
Maddalozzo, Front Design, Johannes Thorpe, Jonathan Olivares, Marco
Pettinari, Marco Ripa, Matteo Cibic, Millim Studio, Patricia
Urquiola, e Ron Arad.
Il percorso inizia dal Parco del complesso sportivo alla base di
Monte Mario, passa attraverso la Sala delle armi di Luigi Moretti e
arriva fino alle lounge delle Corporate hospitality. Dall’ingresso,
e fino allo Stadio dei Marmi, sono le frasi metalliche sospese di
Alice Guareschi ad accompagnare pubblico e atleti,
da Single points that form different lines that make news
figures a It is about time. Come dopo un’apocalisse,
compare sul Ponte dei Campioni la scritta Foro Italico,
opera di Federico Maddalozzo: consumata, si fa
segno materiale del passare del tempo, in un luogo dove la linea di
continuità con il passato pre e postbellico di Roma sembra quasi
ininterrotta. Poi, sempre all’aperto, è la volta dei misteriosi
marmi glifati Memories of another future di Duccio
Maria Gambi e dei vasi antropomorfi Garden Guru
di Matteo Cibic per Stiga, parte del suo bestiario
utopico.
“Paesaggi” al Foro Italico di Roma:
dentro la Sala delle Armi
Arriviamo, nella Sala delle Armi, al clou del percorso:
l’intervento di Alfredo Pirri sono trecento metri
di specchi infranti, posti sul pavimento a comporre Passi,
un’opera già prodotta dall’artista per diverse istituzioni e qui
riproposta in versione 2025 in dialogo con le architetture
razionaliste di Luigi Moretti. Ad accompagnare l’installazione,
sulla parete, delle visioni in blu. Appoggiato sull’installazione,
ad ammorbidirne l’impatto, il divano Gruuvelot di
Patricia Urquiola per Moroso e gli sgabelli di
Marco Ripa.
Paesaggi Photo Studio
Eller
“Paesaggi” al Foro Italico di Roma: le
lounge intorno allo Stadio Centrale
Infine, si arriva alle lounge intorno allo Stadio Centrale.
Torna Maddalozzo, con i suoi pezzi di carrozzerie avvolte in carta
luccicante, insieme al tavolo Mostro in marmo rosa peralba e
travertino di BRH+ per MMOOS. Sempre nelle lounge,
Ron Arad apre a un ambiente domestico pixelato con
la sua composizione di divani Dolorez per Moroso,
accostata ai coffee table torniti a mano in alluminio
Metallique di Millim Studio. Nella sala
Montemario Nord compaiono quindi i tavolini in plexiglass Ishizumi
di Marco Pettinari, di ispirazione giapponese,
mentre nella Lounge Autorità i collage di Flavio
Favelli trasformano gli incartamenti di cioccolatini in
costellazioni astratte. Giulia Giaume
Arrivando a Remedello di Sopra, in provincia di Brescia, si
scorge l’apertura di una cancellata, che lascia intravedere
un’incredibile meraviglia: La città ideale, dal sogno di
Roberto Scalmana. Lunedì di Pasqua 2025 ho appuntamento con
Roberto per vedere questo luogo che ho scoperto ormai due anni fa,
da un post pubblicato su Instagram.
La città ideale di Roberto
Scalmana
Entrando nella residenza di Roberto si dispiega alla vista una
incredibile città in miniatura (in scala 1:25) costruita nel
giardino della sua casa. Roberto, ingegnere di 42 anni, mi racconta
che sua madre, di origine tedesca, profonda conoscitrice dell’arte
italiana, gli ha trasmesso fin da piccolo la passione per la storia
dell’arte, in particolare per le architetture italiane, attraverso
gli affreschi di Giotto e le
vedute del Canaletto.
Sfogliando i libri della biblioteca della madre, ha costruito la
sua prima casa all’età di dodici anni e poi, a partire dal 2000, ha
creato in maniera rigorosa e dettagliata un’intera città fatta di
cemento, utilizzando oltre 150 tonnellate di materiale da
costruzione.
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/ 5La città ideale di Roberto Scalmana
La stratificazione stilistica
dell’opera di Roberto Scalmana
Quel che emerge fin da subito è la solidità delle costruzioni,
create con tanto di fondamenta e impianti fognari, dentro i quali
scorre l’acqua che, nascendo da una cascata artificiale, attraversa
i fiumi articolati che bagnano la città. Fedele alla storia
dell’arte, ci mostra che le città sono fatte di stratificazioni, un
amalgamarsi delle epoche storiche, così alle chiese medievali si
affiancano gli edifici rinascimentali e le rovine romane. Gli
edifici ci ricordano luoghi che abbiamo visto in Italia, ma nessuno
di essi è la copia esatta di qualcosa di esistente, quanto un
prodotto della fantasia dell’autore che ha rielaborato nel tempo le
bellezze delle città italiane. Il luogo diviene città ideale in
quanto somma e sintesi dei luoghi che siamo abituati ad
attraversare in Italia, la nazione che conta più siti Unesco al
mondo.
Roberto Scalmana e la passione per il
dettaglio
C’è una luce negli occhi di Roberto mentre racconta la sua
creazione, alla quale dedica tutto il tempo che ha a disposizione
al di fuori del lavoro; la sera spesso si siede in giardino ad
immaginare la città che diventa viva. Anche la
parte boschiva ha dell’incredibile: alberi veri, piantati e curati
in modo tale da rimanere piccoli, mantenendo le proporzioni
corrette nel contesto della città. Con la macchina fotografica
attraverso la città dai lati in cui si può entrare, toccando il
tetto degli edifici, abbassandomi per guardare dentro alle finestre
e lo stupore continua, nel vedere gli interni delle chiese
altamente realistici, pieni di dettagli, mentre Roberto mi racconta
che ora sta lavorando agli affreschi. Rimango a pranzo con la
famiglia di Roberto, la casa in cui è nato è piena di quadri,
incisioni e libri di storia dell’arte. Per ora questo luogo è
visitabile su richiesta, ma è nelle intenzioni del suo inventore
trasformarlo in un museo. Scopri di più Silvia Camporesi Libri consigliati:
PÁCIFICO COMUNICACIONES con más de 59 años de ministerio radial, difunde espacios culturales, musicales de entrevistas y noticias. Su elaboración y contenido están a cargo de profesionales especializados que nos permiten asegurar una amplia sintonía en todo el Perú.