Noviembre 02, 2026

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Si può catturare qualcosa di così effimero come il fumo di candela? C’è chi ci è riuscito e ha persino scelto di renderlo elemento centrale delle proprie opere. Lei è l’artista romana Adele Lotito, protagonista aI Martedì Critici.

Adele Lotito e le sue lettere di fumo

Realizzate prevalentemente in bianco  e nero, le opere di Lotito imprimono con una particolare tecnica le forme del fumo. Sorprendentemente l’artista riesce a fondere elementi come la musica, le lettere, i numeri, cogliendo forme eteree che si fanno concrete e permanenti.
Come ha scritto Roberto Gramiccia: “II modo originale che questa artista ha di ritagliare squarci di ragione nel caos è quello che si esprime nell’aprire, sulla superficie impalpabile e irregolare delle sue distese di fumo, bloccate su alluminio o su carta dai fissativi e dalle resine, spazi di possibile senso: lettere, cioè, di idiomi diversi, numeri di oggi o di ieri (come quelli romani), brevi parole di senso compiuto”.

Significato e significante secondo Lotito

Il fumo si fa così segno, ma questo è lasciato libero di essere interpretato: il senso del simbolo è determinato da chi guarda, poiché la casualità della creazione lascia che questa si riveli come un oracolo da interpretare. Il significato delle opere di Lotito è dunque slegato dal significante e sembra affidare alle sensazioni dello spettatore la responsabilità di leggerne i messaggi.

Lo sguardo alla cultura orientale

Il ricorso al fumo di candela è una pratica che evoca anche rituali che guardano ad Oriente, agli incensi dei momenti sacri, all’arte divinatoria. Pur essendosi formata a Roma, presso l’Accademia d’Arte, sotto l’influenza di maestri, come Fontana, Lo Savio e Manzoni, e pur ispirandosi a Klein, Adele Lotito vuole evidentemente spingersi oltre la cultura e l’estetica Occidentale, per volgere lo sguardo altrove.
Roberta Pisa

L’articolo "Adele Lotito: l’artista che cattura il fumo di scena a I Martedì Critici" è apparso per la prima volta su Artribune®.

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La fotografia come ponte, come strumento di dialogo con il diverso, con “l’altro da noi”, la fotografia come linguaggio che sa azzerare le distanze, che sa ripristinare confini o, perché no, anche annullarli. La fotografia come mezzo per raccontare storie che possono essere intime o personali oppure condivise ma che hanno sempre e comunque un valore universale. 
Chiedeva di lavorare su questo lo “Statement” della “Open Call” che gli organizzatori della 12esima edizione di Giovane Fotografia Italiana hanno aperto a tutti gli artisti Under 35 con cittadinanza italiana pronti a contendersi il Premio Ghirri 2025. Hanno risposto in più di 300. Alcuni sono italiani che vivono all’estero, altri sono stranieri residenti in Italia: tutti accomunati dal desiderio di declinare “Bridging”, il tema di quest’anno, in mille modi diversi e attraverso il linguaggio artistico che più amano.

Premio Ghirri: un ponte, vent’anni e il dialogo

La scelta del tema parte da quello che Fotografia Europea ha scelto per la sua edizione in corsa, “Avere vent’anni”, la stessa età del Festival. E proprio nel 2025 cade il ventennale della riapertura del ponte di Mostar in Bosnia, un capolavoro di ingegneria ottomana, considerato uno dei ponti più belli al mondo: Stari Most, il Ponte Vecchio, è il simbolo della guerra civile che negli Anni ’90 ha insanguinato i Balcani. Un ponte che doveva rimettere in dialogo le due parti della città separate dal fiume Neretva. Una sorta di promessa, in larga parte disattesa, di riappacificazione e di convivenza fra popoli. 
Gli scatti dei sette finalisti di Giovane Forografia Italiana, (selezionati dalla giuria composta da Tim Clark, Rä di Martino, Adele Ghirri, Damiano Gullì e Mauro Zanchi) resteranno esposti fino all’8 giugno a Palazzo dei Musei di Reggio Emilia nella collettiva a cura di Ilaria Campioli e di Daniele De Luigi. Sono fotografie che ci aiutano a riflettere sul valore che le immagini possono avere non soltanto nel raccontare, ma anche nel ricostruire, nell’avvicinare punti di vista molto diversi. Che ruolo possono avere le immagini in un mondo pieno di domande e di incertezze, un mondo in cui si ha sempre più la sensazione che le istituzioni esistenti vengano messe in discussione?

©Davide Sartori - Potrait of my father - 2024
©Davide Sartori – Potrait of my father – 2024

Davide Sartori, il vincitore del Premio 

Il ponte generazionale, il legame che c’è tra un nonno ed un padre e tra un padre ed il figlio. La riflessione critica sul concetto di mascolinità. I ponti come testimonianze, parentele, come passaggio di situazioni analoghe dentro anime diverse ma simili. Si può ritrovare tanto di sé nell’indagine interiore di una persona a noi così vicina, dentro un legame ancestrale come quello che lega un figlio a chi lo ha generato, a chi gli ha donato la vita. É quello che ha mosso il lavoro fotografico di Davide Sartori (Gallarate, 1995). Si è aggiudicato lui il Premio Ghirri di questa edizione e quindi non solo il compenso di 4.000 euro bensì la possibilità di esporre negli spazi della Triennale di Milano con una propria personale ad inizio 2026.

Davide Sartori e la distanza col padre

Il lavoro di Sartori è servito allo stesso artista anche per recuperare le distanze che si erano create con il padre, come racconta il giovane fotografo. Esposti a Palazzo dei Musei, ci sono scatti a colori e in bianco e nero che si sono rivelati una sorta di vero e proprio esercizio di riavvicinamento tra Davide e il papà. “Per molto tempo ho visto mio padre come un estraneo – spiega l’artista – una persona con cui non sapevo come parlare o passare del tempo. Qualche anno fa, ho scoperto della morte prematura di mio nonno, quando mio padre stava diventando maggiorenne, e di come, a causa di quella perdita, fosse stato costretto a seguire lo stesso percorso professionale. Mi sono reso conto che l’assenza di un modello paterno tradizionale era qualcosa che sia io che lui avevamo in comune. Nel tentativo di creare un legame con lui, ho visitato il suo posto di lavoro e l’ho invitato nel mio. The Shape of Our Eyes, Other Things I Wouldn’t Know prende forma in una serie di tentativi di avvicinarsi a mio padre, sia fisicamente che emotivamente”, aggiunge Sartori. Un lavoro che la giuria ha apprezzato e premiato proprio per il modo rigoroso e allo stesso tempo poetico ed emozionale con cui è stato condotto.

© Erdiola Kanda Mustafaj - Myths and legends we create - Pasqyra e Lëndës - Creta, Grecia, 20241 / 7
© Erdiola Kanda Mustafaj - Myths and legends we create - Pasqyra e Lëndës - Creta, Grecia, 2024
c grace martella ode to my sister memorie del transitare tiggiano 2023 Premio Ghirri 2025. Fotografia come strumento di dialogo per azzerare le distanze2 / 7
© Rosa Lacavalla - La Festa dell'Equatore - Campana, Argentina, 20223 / 7
© Rosa Lacavalla - La Festa dell'Equatore - Campana, Argentina, 2022
© Sara Lepore - Ingrediente pentru un tort de miere, cu dragoste -Romania, 20234 / 7
© Sara Lepore - Ingrediente pentru un tort de miere, cu dragoste -Romania, 2023
© Serena Radicioli - Bambina in accappatoio - Non sei più tornato - Latina, 20235 / 7
© Serena Radicioli - Bambina in accappatoio - Non sei più tornato - Latina, 2023
©Daniele Cimaglia e Giuseppe Odore - La dote sulle rive del Lago di Mezzano - Latera, 20226 / 7
©Daniele Cimaglia e Giuseppe Odore - La dote sulle rive del Lago di Mezzano - Latera, 2022
©Davide Sartori - Potrait of my father - 20247 / 7
©Davide Sartori - Potrait of my father - 2024
© Erdiola Kanda Mustafaj - Myths and legends we create - Pasqyra e Lëndës - Creta, Grecia, 2024
c grace martella ode to my sister memorie del transitare tiggiano 2023 Premio Ghirri 2025. Fotografia come strumento di dialogo per azzerare le distanze
© Rosa Lacavalla - La Festa dell'Equatore - Campana, Argentina, 2022
© Sara Lepore - Ingrediente pentru un tort de miere, cu dragoste -Romania, 2023
© Serena Radicioli - Bambina in accappatoio - Non sei più tornato - Latina, 2023
©Daniele Cimaglia e Giuseppe Odore - La dote sulle rive del Lago di Mezzano - Latera, 2022
©Davide Sartori - Potrait of my father - 2024

I progetti degli altri sei finalisti

C’è gloria anche per tutti gli altri sei giovani fotografi arrivati alla fase finale, perché tra le peculiarità del Premio Luigi Ghirri c’è proprio quella di riservare opportunità di crescita e visibilità anche a chi non si aggiudica la vittoria finale ma per chiunque ci arrivi. Grazie alla menzione “Nuove traiettorie, GFI” quest’anno c’è anche la possibilità di una residenza d’artista e una mostra a Stoccolma a testimoniare l’importanza internazionale del Premio e lo sguardo del mondo sulla giovane fotografia italiana.

Grace Martella, la più giovane fotografa al Premio Ghirri

Cominciando dalla giovanissima di questa edizione e in generale dalla più giovane fotografa che abbia mai partecipato dall’istituzione del premio c’è Grace Martella (Tricase, Lecce, 2006) che espone il progetto “Memorie del transitare” che indaga in modo intimo e personale il percorso di affermazione di genere di cui l’autrice sta facendo esperienza, cercando di restituirne la complessità nello spazio e nel tempo oltre gli stereotipi visivi e narrativi. Un lavoro che parte dal suo corpo e dalla rappresentazione in generale del corpo transgender che è spesso soggetta a cliché. Un progetto originale, molto fresco e genuino accompagnato da testi scritti dall’artista stessa.

L’arte partecipata di Daniele Cimaglia e Giuseppe Odore

“La Dote di Latera” è il progetto presentato da Daniele Cimaglia (Roma, 1994) e Giuseppe Odore (Pompei, 1995), che hanno portato avanti un progetto di arte partecipata che, attraverso le storie degli abitanti di un piccolo borgo della Tuscia, Comune dove esisteva questa tradizione ormai perduta di coltivare la canapa, hanno inteso mostrare come la cultura materiale tradizionale possa ispirare risposte sostenibili anche nel presente. In mostra quindi con i loro scatti ci sono anche l’idea di una economia circolare e più sostenibile e poi il tema del lavoro femminile. Diversi livelli di lettura per un lavoro che ha un forte impatto visivo con la grande cianotipia appesa alla parete.

L’esilio secondo Erdiola Kanda Mustafaj

Erdiola Kanda Mustafaj (Elbasan, Albania, 1992) ha lavorato ad un progetto dal titolo “Pasqyra e Lëndës” sul tema dell’esilio, composto da immagini frammentarie, presentato come una metafora che invita chi guarda l’opera a riflettere sulla circolarità del tempo e della storia attraverso l’intimità di un paesaggio complesso e meditativo. Un tema universale, quello dell’esilio, che ci accompagna da Omero ad oggi e che resta di estrema attualità.

Rosa Lacavalla, rituali antichi e linee immaginarie

“La Festa dell’Equatore” di Rosa Lacavalla (Barletta, 1993) si focalizza su rituali antichi e contemporanei di attraversamento di confini immaginari per creare una metafora della ricerca da parte dell’umanità di un punto d’incontro, intrecciando storie familiari e narrazioni contemporanee fondendo realtà e sogno. Una festa non istituzionalizzata che ci ricorda il legame che resta tra le due sponde dell’Atlantico e il significato che già per i migranti verso il Sudamerica aveva il passaggio di questa linea immaginaria.

Sara Lepore, la lingua come barriera e ponte

“Ingrediente pentru un tort de miere, cu dragoste” di Sara Lepore (Carpi, Modena, 1999) esplora un’identità familiare frammentata e riflette sul ruolo della lingua rumena che parlano la madre e la zia. Lingua che si rivela al tempo stesso barriera e ponte. Da un misunderstanding linguistico che la porta a confondere una lettera d’amore con una ricetta tipica, prende forma un allestimento originale che ritrae una cucina, con immagini scattate da lei sulla tovaglia di plastica e nelle cornici.

Serena Radicioli, lutto e perdita incolmabile

Con il progetto “Non sei più tornato”, Serena Radicioli (Latina, 1997), attraverso le sue fotografie e immagini d’archivio pubbliche e familiari, cerca di colmare il vuoto di un grave lutto, quello del padre che è stato assassinato in un regolamento di conti quando lei era adolescente. In famiglia non se ne parlò mai di quel fatto di cronaca nera rimasto per anni avvolto nel silenzio. Pochi anni fa ha iniziato a esplorare quello che era successo e a scattare fotografie, a raccoglierne altre per ricostruire il luogo di una perdita incolmabile. 
Francesca Galafassi
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Ogni giovedì sera si compie un rito in memoria della sofferenza dei palestinesi, vittime innocenti nella Gaza bombardata. Ci si siede per terra in cerchio, si beve il tè e si riflette. Gesti semplici, ma ricchi di significato ed emozione. È Neverland Gaza, la nuova opera realizzata da Alessandro Bulgini, l’ideatore della figura dell’”Artista di Quartiere”, che trova casa nella parte più nascosta del complesso artistico Flashback Habitat (da lui diretto), sulla collina di Torino: si svolge su prenotazione all’interno di quel gioiellino di locale che è il Circolino, dove fare pausa pranzo o ascoltare musica jazz con vista sui tetti della città.

alessandro bulgini neverland gaza 2025 1 low “Neverland Gaza”: il rito del tè in memoria delle vittime palestinesi va in scena a Torino1 / 3
Alessandro Bulgini, Neverland Gaza, 2025
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Alessandro Bulgini, Neverland Gaza, 2025
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Alessandro Bulgini, Neverland Gaza, 2025
alessandro bulgini neverland gaza 2025 1 low “Neverland Gaza”: il rito del tè in memoria delle vittime palestinesi va in scena a Torino
alessandro bulgini neverland gaza 2025low 1200x800 1 “Neverland Gaza”: il rito del tè in memoria delle vittime palestinesi va in scena a Torino
alessandro bulgini neverland gaza 2025low 1200x818 1 “Neverland Gaza”: il rito del tè in memoria delle vittime palestinesi va in scena a Torino

“Neverland Gaza”: la nuova opera di Alessandro Bulgini

“Mi sono sentito sempre più in pena per cui ho deciso di concretizzare un luogo dedicato, nel quale sentirsi più vicini alla pena stessa, forse nella speranza, condividendola con altri, di comprenderla un po’ di più. Almeno quello”, spiega l’artista che ha costruito un’installazione raccolta, a partire da oggetti quotidiani donati dalle persone – tappeti, sedie, luci, un fornelletto da campo – che diventano strumenti di relazione. L’opera mette, così, in scena un rito immaginario, ispirato al tè condiviso tra le macerie di Gaza, durante il Ramadan.

“Neverland Gaza”: il rito del tè in memoria delle vittime palestinesi

“L’opera non descrive, non commenta, non comunica”, scrive il curatore Christian Caliandro nel testo che accompagna il progetto, “non tratta un tema: lo vive, lo attraversa, ne fa esperienza. E quel qualcosa, a quel punto, non è più un tema. È la realtà”. Neverland Gaza invita, infatti, a un incontro silenzioso e lento, dove lo sguardo non cerca spiegazioni, ma percezioni. Dove l’opera non impone senso, ma lascia emergere la complessità. Un lavoro che, nella sua apparente semplicità, interroga il presente e le sue narrazioni, suggerendo una prospettiva plurale e sensibile.

Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto, XI ed 2025, Stargate to Gaza1 / 3
Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto, XI ed 2025, Stargate to Gaza
Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto, XI ed 2025, Stargate to Gaza2 / 3
Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto, XI ed 2025, Stargate to Gaza
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Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto, XI ed 2025, Stargate to Gaza
Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto, XI ed 2025, Stargate to Gaza
Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto, XI ed 2025, Stargate to Gaza
Opera Viva Barriera di Milano, il Manifesto, XI ed 2025, Stargate to Gaza

Opera Viva, il Manifesto: 14 fotografie provenienti da chi vive nella Striscia di Gaza

Anche quel formidabile attivatore di relazioni condivise, nel quartiere Barriera di Milano, che è Opera Viva, il Manifesto – ideato sempre da Alessandro Bulgini e prodotto da Flashback – promette un ulteriore spazio di riflessione sulla sofferenza dei palestinesi il prossimo 12 maggio. L’edizione 2025 si intitola Stargate to Gaza: un passaggio visivo che connette Torino con la Striscia di Gaza, attraverso lo sguardo quotidiano di chi la abita, un portale simbolico che mette in relazione due realtà apparentemente distanti. “Nonostante le difficoltà e le tensioni in corso – e con grande generosità – alcuni Gazawi hanno prodotto per il manifesto delle immagini direttamente dalla Striscia”, conclude Bulgini. “Grazie al legame costruito con Jamil El-Sadi, con l’associazione Our Voice e la comunità palestinese di Palermo, Opera Viva si compone di 14 fotografie provenienti da chi vive nella Striscia di Gaza: scatti che parlano di ciò che resiste — nonostante tutto — in un luogo segnato dalla follia della guerra”.
Claudia Giraud
Circolino
secondo piano palazzina C di Flashback Habitat
Corso Giovanni Lanza, 75
Visitabile su prenotazione ogni giovedì alle 20

https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/opera-viva-barriera-di-milano-il-manifesto-stargate-to-gaza/gaza:

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“La Biennale di Venezia apprende con sgomento la notizia della improvvisa e prematura scomparsa di Koyo Kouoh, curatrice della Biennale Arte 2026“: è un fulmine a ciel sereno la comunicazione della Biennale di Venezia che, a poche ore dall’assegnazione dei Leoni per la Biennale Architettura 2025, annuncia al mondo la morte di Koyo Kouoh, curatrice della prossima Biennale Arte del 2026. Kouoh aveva 58 anni, e le cause del decesso non sono state ancora divulgate.

Morta la curatrice della prossima Biennale Arte di Venezia

“La sua morte lascia un vuoto immenso nel mondo dell’arte contemporanea e nella comunità internazionale di artisti, curatori e studiosi, che hanno apprezzato il suo straordinario impegno intellettuale e umano“, continuano dalla Biennale. Kouoh, nominata lo scorso dicembre su indicazione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, sarebbe stata la prima curatrice africana della Biennale Arte, in apertura nella primavera 2026. Kouoh avrebbe dovuto presentare a Venezia il titolo e il tema della 61/a edizione tra pochi giorni, il 20 maggio.

Chi era Koyo Kouoh

Kouoh vantava una carriera di grande rilievo nel panorama artistico internazionale: di cittadinanza doppia, camerunense e svizzera, era dal 2019 direttrice e chief curator dello Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo, in Sudafrica; e prima era stata anche direttrice artistica e fondatrice di RAW Material Company, un centro per l’arte, la conoscenza e la società a Dakar, in Senegal, e aveva fatto parte del team curatoriale di documenta 12 e documenta 13.

Koyo Kouoh. Photo Mirjam Kluka
Koyo Kouoh. Photo Mirjam Kluka

La scelta di Kouoh per la Biennale Arte 2026

Secondo Buttafuoco, la sua nomina alla direzione artistica del Settore Arti Visive era “la cognizione di un orizzonte ampio di visione nel sorgere di un giorno prodigo di parole e occhi nuovi. Con lei, qui a Venezia, la Biennale conferma quel che da oltre un secolo offre al mondo: essere la casa del futuro”. Un futuro che però sembra interrompersi, e con lui sembra svanire quella visione che, con Kouoh, avrebbe portato a Venezia artisti, pratiche e narrazioni davvero globali, troppo spesso messe all’angolo dalle grandi istituzioni dell’arte occidentale.
“È con grande sconcerto“, ha subito commentato il ministro della Cultura Alessandro Giuli, “che apprendo la notizia della prematura scomparsa di Koyo Kouoh, curatrice della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia che si terrà il prossimo anno. La sua nomina era stata salutata con entusiasmo in tutto il mondo, grandi erano le aspettative per quello che con la sua passione, conoscenza e professionalità avrebbe saputo offrire nell’allestimento di uno dei maggiori eventi per l’arte contemporanea a livello globale. In questo momento di profondo dolore voglio esprimere ai suoi cari e alla Biennale di Venezia le condoglianze e la vicinanza mia e del Ministero della Cultura“. Ora si tratta di capire se la Biennale ricorrerà alla nomina di un nuovo direttore per la Mostra Internazionale d’Arte del 2026 oppure se il lavoro già impostato verrà portato avanti dal team di Kouoh.
Giulia Giaume

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Vitoria-Gasteiz è dal 1980 la capitale amministrativa dei Paesi Baschi spagnoli. Per quanto meno conosciuta delle due località principali della regione, Bilbao e San Sebastian, questa città di 250 mila abitanti ha molto da offrire a chi cerca una Spagna diversa dai luoghi comuni.  

Una città verde da scoprire in bici e a piedi fra chiese, musei e festival musicali 

Fondata nel 1181, Vitoria-Gasteiz ha un design urbano rigoroso. Nel quartiere medievale, soprannominato la Almendra Medieval (Mandorla Medievale) per via della sua forma, posto in alto sulla collina a cui si accede tramite la splendida Plaza de la Virgen Blanca, si trovano i principali edifici storici, come la Cattedrale di Santa Maria. Attorno si estende la moderna città Otto-Novecentesca, il cosiddetto quartiere romantico, con i suoi eleganti parchi, viali alberati, ville che sottolineano la condizione di signorilità del capoluogo. Con una media di 42 metri quadrati di spazi verdi per abitante, 170 chilometri di piste ciclabili, 115 mila alberi nei parchi e nelle strade cittadine, Vitoria-Gasteiz è una delle città più verdi d’Europa; è stata European Green Capital nel 2012 e Global Green City nel 2019. Un grande anello verde costituito dal Parco di Salburua (con un interessante Centro di interpretazione delle zone umide), dal Parco fluviale di Zabalgana, Olarizu, Armentia, Alegría e Zadorra circonda la città: un polmone naturale di 30 chilometri interamente percorribile in bicicletta o a piedi.  

Il jazz a Vitoria-Gasteiz

La città, sede universitaria, vanta una vivace vita culturale e una ricca offerta museale. Fra i tanti appuntamenti, segnaliamo il Festival del Jazz, uno degli eventi musicali più importanti della Spagna (quest’anno dal 14 al 19 luglio) legato all’International Jazz Festival Organization che raggruppa i più significativi concerti in Europa e negli Stati Uniti. Mentre, la Plaza de la Virgen Blanca, con il monumento che ricorda la battaglia di Vitoria del 1813 con cui le truppe guidate dal Duca di Wellington sconfissero l’esercito francese di Giuseppe Bonaparte, è l’epicentro delle fiestas agostane (quest’anno dal 4 al 9 agosto). 

ARTIUM, il fulcro della contemporaneità a Vitoria-Gasteiz 

Inaugurato nel 2002, ARTIUM è il Museo Basco di Arte contemporanea che, con un patrimonio di quasi 3000 opere, offre una panoramica dell’arte basca e spagnola dagli inizi del XX secolo. Inoltre, in linea con la sua missione di valorizzare e promuovere gli artisti baschi e spagnoli dal 1950 in avanti, oltre ai lavori in collezione permanente di artisti come Dalí, Miró, Tapies, Barceló, Basterretxea, Jorge Oteiza (Orio, 1908 – San Sebastian, 2003), Eduardo Chillida (San Sebastian (1924-2002), il museo svolge una vivace attività di mostre temporanee.  

Le opere al museo di arte contemporanea di Vitoria-Gasteiz

Sul piazzale d’ingresso, davanti al grande edificio brutalista, – concepito in origine come stazione centrale degli autobus, poi riconvertito, dopo il fallimento dell’impresa costruttrice, in centro d’arte – domina l’alta scultura La mirada, opera del 2001 dell’artista Miguel Navarro (Mislata, Valencia, 1945). Nell’atrio, sospesa al soffitto, Un pedazo de cielo cristalizado, di Javier Pérez (Bilbao, 1968) accoglie i visitatori dal 2002; opera esposta qui dopo esser stata presentata per la prima volta l’anno precedente, nello spazio centrale del padiglione spagnolo alla Biennale di Venezia. Dal 2023 il giardino interno ospita Números primos, di Esther Ferrer (San Sebastián, 1937). Installazione precedentemente esposta nel parco del Prado e composta da circa 10 mila pezzi di ceramica che ben rappresenta la ricerca dell’artista basca sulle serie numeriche. Il museo possiede altre importanti opere di Esther Ferrer, oltre ad averle dedicato una mostra personale nel 2011. 

Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti ©Photo Dario Bragaglia1 / 6
Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti ©Photo Dario Bragaglia
Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti ©Photo Dario Bragaglia2 / 6
Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti ©Photo Dario Bragaglia
Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti Foto Ayto Vitoria-Gasteiz, Josu Izarra3 / 6
Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti Foto Ayto Vitoria-Gasteiz, Josu Izarra
Vitoria-Gasteiz, Spagna Parco Salburua Foto Ayto , Nuria Gonzalez4 / 6
Vitoria-Gasteiz, Spagna Parco Salburua Foto Ayto , Nuria Gonzalez
Vitoria-Gasteiz, Spagna Scultura vegetale in Plaza de la Virgen Blanca Foto Ayto Vitoria-Gasteiz, Eider Bernaola&Daniel Llano5 / 6
Vitoria-Gasteiz, Spagna Scultura vegetale in Plaza de la Virgen Blanca Foto Ayto Vitoria-Gasteiz, Eider Bernaola&Daniel Llano
Vitoria-Gasteiz, Spagna Statua di Ken Follett ©Photo Dario Bragaglia6 / 6
Vitoria-Gasteiz, Spagna Statua di Ken Follett ©Photo Dario Bragaglia
Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti ©Photo Dario Bragaglia
Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti ©Photo Dario Bragaglia
Vitoria-Gasteiz, Spagna Museo di Belle Arti Foto Ayto Vitoria-Gasteiz, Josu Izarra
Vitoria-Gasteiz, Spagna Parco Salburua Foto Ayto , Nuria Gonzalez
Vitoria-Gasteiz, Spagna Scultura vegetale in Plaza de la Virgen Blanca Foto Ayto Vitoria-Gasteiz, Eider Bernaola&Daniel Llano
Vitoria-Gasteiz, Spagna Statua di Ken Follett ©Photo Dario Bragaglia

Museo di Belle Arti di Álava: paesaggismo e post-impressionismo spagnolo 

Attraversando La Florida, l’ottocentesco parco storico ideato sui modelli francesi e ricco di un centinaio di specie arboree diverse, si arriva all’Ensanche, l’area moderna della città, edificata a partire dalla fine del XVIII secolo. Tutta la zona è attraversata dal Paseo de la Senda, splendido viale alberato che in poco più di tre chilometri collega il centro storico con il quartiere residenziale di Armentia, dove si trova la basilica romanica di San Prudencio. Lungo il percorso si incontrano il palazzo che ospita il Parlamento Basco, quello del Museo delle armi, splendide ville e il Palazzo Ajuria Enea, l’elegante residenza del presidente del Governo Basco. Qui la meta per gli appassionati d’arte è il Museo di Belle Arti della provincia di Álava, ospitato nel Palazzo Augustin-Zulueta, edificio in stile storicista costruito tra il 1912 e il 1916, recentemente ampliato. Il museo è dedicato all’arte spagnola dei secoli XVIII e XIX e al costumbrismo basco (rappresentazione dei costumi e delle usanze popolari) del periodo fra il 1850 e il 1950. Oltre alle proprie collezioni, il museo presenta anche opere provenienti dai depositi del Museo del Prado e della Fondazione Fernando de Amárica. Ritrattistica e paesaggi sono il filo conduttore di una godibilissima carrellata in cui si scoprono autori come Vicente López, Joaquín Sorolla, Carlos de Haes, Ignacio Zuloaga e Gustavo de Maeztu. 

La chiesa gotica di Vitoria-Gasteiz che ha incantato gli scrittori 

La Catedral Vieja eretta nel punto più alto della collina del Campillo è l’edificio storico più importante di Vitoria. Una lunga vicenda costruttiva iniziata nel 1181 a ridosso delle fortificazioni che proteggevano la città appena fondata, dove già esisteva un villaggio denominato Gasteiz in lingua locale (ecco il motivo del doppio nome della città basca). L’impianto del XIV è gotico, con un grande portico del XV secolo, sovrastato da una torre barocca eretta nel XVII e altri locali più recenti aggiunti negli ultimi due secoli. Le facciate monumentali ricche di sculture gotiche hanno affascinato scrittori come Paulo Coelho, Mario Vargas Llosa, Arturo Pérez Reverte e, in particolare, Ken Follett. Lo scrittore gallese ha lavorato cinque anni sui documenti di archivio della cattedrale per scrivere Mondo senza fine, sequel del suo best seller I pilastri della terra. Così, una statua a grandezza naturale di Ken Follett, dinanzi all’ingresso della cattedrale, ricorda lo stretto legame fra lo scrittore e l’edificio religioso. A partire dai primi anni 2000, un lungo lavoro di restauro e di consolidamento della cattedrale è stato intrapreso e non ancora del tutto terminato. Tuttavia i visitatori, muniti di caschetto, possono intraprendere un interessante percorso all’interno della chiesa che, partendo dalle fondamenta, conduce alla scoperta dei grandiosi lavori che, oltre a restituire l’edificio al culto, lo stanno riportando all’originario splendore. 

Il centro più antico di Vitoria-Gasteiz 

Intorno alla Cattedrale si snodano le vie più antiche della città, come si intuisce dai toponimi legati alle corporazioni delle arti e dei mestieri: Cuchillería, Herrería, Correría; vie in cui si incontrano alcuni dei palazzi rinascimentali più belli del centro storico. In Calle Herrería si trovano Palazzo Escoriaza-Esquibel, con un bel cortile in stile plateresco, e Palazzo Urbina Zarate; in Calle Correría, il Portalón, la Casa Maturana-Verástegui e la Torre Anda; in Cuchillería, il Palazzo Bendaña (sec. XVI) e la Casa del Cordón. Questa antica casa mercantile tardo-medievale fu costruita nel XV secolo e presenta una facciata gotica con due archi a sesto acuto all’esterno. Oltre questi, la città basca presenta altri luoghi di interesse, come il BIBAT Museo archeologico e il Museo Fournier delle carte da gioco. Da visitare anche Centro Memoriale delle vittime del terrorismo e il Palazzo dei Congressi Europa, con tanto di giardino verticale.  

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Dario Bragaglia  

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L’articolo "Alla scoperta di Vitoria-Gasteiz, una città affascinante nella Spagna del nord  " è apparso per la prima volta su Artribune®.

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